mercoledì 16 dicembre 2015

ALTPROGCORE - BEST OF 2015

 
Quest'anno altprogcore ha compiuto sette anni e vorrei concludere questo 2015, apponendo alla solita classifica proprio un editoriale da crisi del settimo anno. Non mi ero mai soffermato finora su tale aspetto, però vorrei capire se veramente vale la pena andare avanti.
Ultimamente ho notato come alcuni siti o pagine Facebook dedicati al progressive rock e zone limitrofe, nati anche dopo il qui presente, riescano ad ottenere in poco tempo un considerevole numero di "like" o "follower" sulla corrispettiva pagine social, quando invece quella di altprogcore ha faticato a superare il centinaio, nonostante sia attiva ormai da qualche anno. Ora, non fraintendete, questo non è un discorso sulla competizione a chi possiede più "like", né una polemica con gli altri siti o pagine Facebook ma, confrontando gli argomenti trattati, cominci a chiederti se il tuo lavoro serva a qualcosa o se la gente possa farne tranquillamente a meno.
I siti prog di cui sopra, naturalmente, riescono ad ottenere una popolarità più vasta recensendo o parlando dei soliti artisti ormai noti a chi segue quel tipo di musica. Altprogcore, al contrario, fin dalla sua nascita si è presentato con lo scopo di promuovere artisti che, nella maggior parte dei casi, sono sconosciuti ai più, ma rimanendo sempre attento alla qualità e soffermandosi sulle nuove forme e deviazioni che ha imboccato il genere.
Fino a poco tempo fa non ci avevo fatto caso, ma se notate bene e andate a controllare nelle classifiche dei migliori album, altprogcore ha quasi sempre ogni anno eletto al primo posto delle opere di artisti emergenti. Ciò che mi rende particolarmente felice e orgoglioso è che quest'anno, in tal senso, non ha fatto eccezione e vi assicuro che la cosa non è mai stata voluta. Ed è qui che arriviamo al cuore del mio discorso e dei miei dubbi. La gente è davvero interessata al nuovo, a scoprire inedite ed eccitanti musiche, oppure le va bene di cullarsi nella sicurezza di artisti ormai affermati e di cui tutti parlano (l'esempio più lampante oggigiorno è Steven Wilson). Ha davvero senso focalizzarsi su band che nessuno ancora conosce e che, con tutta probabilità, neanche conoscerà, oppure è meglio omologarsi e scrivere l'ennesimo articolo su Dream Theater, Rush, Flying Colors, Neal Morse o su artisti impantanati da 10 anni su album che non esistono ancora (Tool)? E mentre nei social network c'è chi condivide allo sfinimento brani di Yes, Genesis, Jethro Tull e Pink Floyd, il mondo va avanti.

Un'altra cosa che non capisco è perché, se alcuni sono spinti a commentare e dire la loro quando qui si pubblica una recensione su Steven Wilson, al contrario tutto tace se viene presentato un album di qualcuno meno noto. Le opinioni non dovrebbero essere espresse in base al grado di celebrità.
Non so, forse dovrei iniziare anche io a recensire artisti già noti? Nel dubbio vi lascio con la solita lista di sconosciuti. Tornando a noi, questo è stato un anno particolarmente florido di uscite di qualità, se andrete a scavare ce ne sono molte e alcune in più le trovate come sempre nella mia pagina RYM. Con questo discorso non voglio dire che le mie scelte siano le migliori, sono come sempre solo opinioni personali che considero degli stimoli in più per coloro che saranno condannati a vedere in tutte le classifiche prog del 2015 lo scontato trionfo di Hand.Cannot.Erase. E per favore, basta con questa storia da critici con la puzza sotto il naso che le "classifiche di fine anno non servono a niente", che "odio le classifiche di fine anno", che "sono un esercizio inutile", ecc. Più che non servire, non vanno prese come valore assoluto, come qualcuno avrebbe la presunzione di farle passare. Se invece si ha l'intelligenza di osservarle per quello che veramente sono, cioè un'opinione tra le tante, servono eccome! Quando vado a consultare una determinata testata o un autore, lo faccio perché la sua direzione è affine ai miei gusti e perché lo stimo, so che potrò incontrare delle divergenze, ma la sua classifica sarà uno strumento utilissimo per prendere spunti di ascolto. Chi con riluttanza pubblica classifiche di fine anno, affermando che però non servono, è perché in cuor suo sa che la sua proposta non si distaccherà dai soliti titoli delle riviste più fighe, come sempre limitandosi ai dischi più cool del momento, divenendo quindi solo un'altra voce nel coro. Per certe testate o personaggi è quasi prevedibile, non l'ordine, ma quali artisti saranno inseriti nelle loro classifiche.
Per ora è tutto, meglio fermarsi qui. Altprogcore vi saluta e vi augura un buon 2016. Se mi cercate mi troverete su Twitter o su Facebook a condividere Comfortably Numb dei Pink Floyd e Firth of Fifth dei Genesis.



20.Time King
Suprœ
 
Come la fusion e il funk si possano integrare nel post hardcore moderno ce lo spiegano i Time King con il loro primo album. Loro sono tutti strumentisti d'alta classe e si presentano con brani che risaltano le loro doti, però senza esagerare con virtuosismi cervellotici, non dimenticando il coinvolgimento emotivo dato da delle belle linee melodiche, groove avvolgenti e ritmiche che ti fanno battere i piedi.
 


19.Strawberry Girls
American Graffiti

L'ex chitarrista dei Dance Gavin Dance con il suo nuovo gruppo si avventura in un progcore per lo più strumentale influenzato dalle infuocate jam dei The Mars Volta e dalla fusion contemporanea, inventandosi riff propulsivi e virtuosismi dinamici. Un po' jazz e un po' hardcore, American Graffiti contiene la giusta miscela per capire quanto le band progressive di oggi debbano all'influenza di Cedric Bixler e Omar Rodríguez-Lopez.

 


18.Tricot
A N D

Tre ragazze giapponesi che producono dell'ottimo math pop vi sembra una formula assurda? AND, tra polifonie vocali e ritmiche irregolari e talvolta selvagge, consegue questo miracolo avvicinandole ai Biffy Clyro di una volta con un più spiccato senso per il ritornello dalle belle melodie.




17.Caspian
Dust and Disquiet

E' difficile che un album post rock per lo più strumentale, oltre che a trasmetterti impressioni, emozioni o sentimenti comunque astratti, possa farti anche pensare e a colpirti nel profondo. I Caspian ci sono riusciti con un pugno di brani che parlano al cuore, complice anche la loro empatia infusa nella musica a causa della tragedia che li aveva colpiti di recente, sembrando più vivi che mai.




16.Caligula's Horse
Bloom
 
Ciò che ho trovato rigenerante in Bloom è che mostra una band tecnicamente eccellente, che poteva permettersi il lusso di tirare fuori di nuovo un album imponente come The Tide, The Thief and River's End, ma che ha deciso di limitarsi con un album di prog metal senza eccessi di qualsivoglia natura. Il che oggi sembra quasi in controtendenza verso la voglia di stupire e l'ostentazione delle proprie doti che hanno altre band. E comunque basterebbe la costruzione epica che si eleva dal dittico Bloom/Marigold per certificarne la grandezza. 



15.Chaos Divine
Colliding Skies

I Chaos Divine hanno prodotto un album una spanna sopra rispetto al loro catalogo del passato. E' vero che non aggiungono niente di nuovo al panorama prog metal, però Colliding Skies ha delle belle soluzioni melodiche, Landmines è uno dei migliori brani dell'anno ed inoltre questi ragazzi mi sembrano una versione meno complessa dei loro conterranei australiani Karnivool. Il che non guasta affatto.




14.VOLA
Inmazes

A chi mastica progressive rock i Vola potranno sembrare indigesti. Il loro è un crossover senza compromessi tra le sonorità aggressive del post metal e l'elettronica spinta senza lesinare abbondante uso di strumenti sintetici. Inmazes è proprio che osa dove altri non arrivano ed è per questo che si lascia dietro le spalle chi ancora non è pronto per questa specie di progressive cyberpunk. Al confine tra Dredg e Röyksopp.



 
13.Motorpsycho and Ståle Storløkken
En Konsert for Folk Flest

Da una stesura di musica per commissione da eseguire con tanto di coro e organo nella cattedrale Nidaros di Trondheim, i Motorpsycho hanno tirato fuori uno dei loro album più progressive. In realtà si tratta appunto di una registrazione live, ma la musica è completamente inedita. I testi completamente cantati in norvegese fanno pensare ad un incredibile connubio tra Magma e RiO.

 


12.Town Portal
The Occident

La potenza e la scioltezza con le quali i Town Portal affrontano le impervie strade del post rock è encomiabile. Lo fanno con una buona dose aggiunta di math rock e non sbagliano praticamente niente nelle otto tracce di The Occident. E nonostante per sua stessa natura questo tipo di musica richieda attenzione, esso rimane un album che potresti ascoltare e riascoltare distrattamente e rimanerne comunque colpito.




11.Vennart
The Demon Joke

Essendo il sottoscritto un grande ammiratore degli Ocenasize questo primo album solista del loro ex frontman Mike Vennart è pura acqua fresca che arriva dopo il loro scioglimento. Logicamente Vennart si presenta in una veste meno cervellotica e quasi più cantautorale, ma quella scintilla geniale tipica delle contorsioni prog-post-core degli Oceansize è ancora ben presente su pezzi come Infatuate, Operate e A Weight in the Hollow.




10.Hiatus Kaiyote
Choose Your Weapon

Choose Your Weapon è stato l'unico album che mi ha accostato in modo intelligente a forme musicali a me distanti come lounge, hip hop, R&B e beat elettronica. Il segreto degli australiani Hiatus Kaiyote è suonare il tutto con un'impostazione da jazz progressivo ricco di deviazioni tematiche e poliritmie, in più c'è la voce calda e avvolgente della giovane frontwoman Nai Palm che ricorda le più classiche cantanti black di soul.




9.Agent Fresco
Destrier

Destrier è la quintessenza di quello che definisco altprogcore. Gli Agent Fresco hanno fuso in un unico suono tutti gli stilemi che hanno contribuito negli anni a sviluppare un nuovo e moderno linguaggio progressive rock: math rock, post hardcore e metal. Il loro primo album si addentrava con più coraggio all'interno di questi territori, mentre qui, intorno alla fine, si tende a percepire un po' di stanchezza, anche se pezzi come Howls, la title-track, Pyre, Citadel, The Autumn Red e la bonus track digitale Stillness, valgono davvero oro. Inoltre un plauso e una menzione per Þórarinn Guðnason che ha creato un suono di chitarra molto personale e riconoscibile, tra punk industriale e djent.




8.The Dear Hunter
Act IV: Rebirth in Reprise

In questo notevole e velleitario sforzo artistico l'evoluzione di Casey Crescenzo come autore è coerente con ciò che ha fatto in passato. In pratica su Act IV Crescenzo riassume tutto quello che ha scoperto musicalmente da dopo Act III in poi e lo inserisce nel contesto progressive della sua saga. L'album eccede in arrangiamenti sinfonici, è a tratti esaltante anche se nell'ultima parte perde un po' di mordente. Comunque sia si rimane nell'ottica straripante degli Act e non del suo cantautorato recente, e ciò è un bene, anche se la compiutezza del secondo capitolo è lontana.




7.Eidola
Degeneraterra

In ambito post hardcore non viene speso questo termine: "monumentale", ma pensando a Degeneraterra non si può che accostarglielo. Nella sua lunga durata le trame sono dense, intricate e complesse. In altre parole era tanto che in ambito post hardcore non si sentiva un album di tale spessore, sia per ambizione che per realizzazione. Testi impegnati e musica da hardcore intellettuale. Gli Eidola hanno preso l'eredità di Circa Survive, Coheed and Cambria, Children of Nova e Tides of Man e le ampliano con sviluppi math rock, progressive e post rock come dei consumati professionisti. E questo è solo il loro secondo album.



6.Kaddisfly
Horses Galloping on Sailboats

Con questo album i Kaddisfly concludono una trilogia iniziata ben dieci anni fa. Dopo una pausa durata quasi sei anni il gruppo non ha perso quel gusto di ricercare una specie di spiritualità nella musica. Quello di Horses Galloping on Sailboats è un alternative rock che tocca varie corde emozionali, i Kaddisfly partono dall'ultima ondata di prog hardcore, ma è inutile azzardare dei paragoni dato che le loro canzoni sono abbastanza personali.




5.Hidden Hospitals
Surface Tension

La formula degli Hidden Hospitals è semplice quanto non scontata. Mettendo in pratica il motto "addizione per sottrazione", producono brani dalla durata fulminea nei quali lo sviluppo scardina la forma canzone e da lì in avanti tutto può succedere. Ancora più minimali dei Damiera (qui ci son 2/4 di quel gruppo), che avevano fatto di questa peculiarità il loro cavallo di battaglia, gli Hidden Hospitals puntano sulle dinamiche, sui crescendo e controtempi emozionali. La produzione certosina di J Hall fa il resto, esaltando anche la più piccola sfumatura sonora di modo che nulla rimanga sfuocato e relegato sullo sfondo.



4.Gatherer
Heavy Hail

Non mi sarei aspettato dai Gatherer, dopo il primo album, un passo avanti così deciso. Heavy Hail è un album solido con canzoni impregnate di metal elettronico e alquanto cyberpunk si direbbe, se questo termine fosse ancora di moda. Neozelandesi che hanno imparato la lezione da tutto il meglio che hanno da offrire i loro connazionali e i vicini australiani. Quindi, se vi piacciono Shihad, Karnivool, Dead Letter Circus e Cog, Heavy Hail è sicuramente da non perdere.




3.TesseracT
Polaris

Ho letto le cose più contrastanti su questo album, chi lo ama e chi lo odia. Io faccio parte della prima categoria. Polaris reinventa il djent in modo radicale: originariamente partito e impostato dai grugniti primordiali delle chitarre a 7-8 corde, i Tesseract si rivolgono ad un diverso aspetto del "djenere", aumentando in modo esponenziale le tessiture ambientali di sottofondo e plasmano una nuova frontiera di metal new age, la quale, a ben vedere, era già presente in altri album djent, ma il gruppo inglese (al quale si è riunito Daniel Tompkins) finalmente libera quell'intuizione dalle catene e gli dona ampio risalto, dimostrando che in fondo questa ennesima deviazione da sottogenere del progressive metal un qualche senso ce l'ha.




2.The Velvet Teen
All is Illusory

I The Velvet Teen sono uno di quei pochi gruppi la cui sensibilità indie rock travalica l'ovvietà del pop. Judah Nagler e compagni scrivono canzoni come fossero poemi musicali e non per quanto riguarda la complessità, ma l'amore che viene sprigionato dagli arrangiamenti mai banali. All is Illusory è come fosse una greatest hits dei The Velvet Teen interamente composta da brani inediti che attraversa temporalmente tutti gli stilemi affrontati nei loro tre album precedenti. La musica dei The Velvet Teen può anche sembrare semplice ad orecchie distratte, ma con Elysium ci insegnarono che se la percepisci a livello empatico e profondo non puoi farne più a meno e All is Illusory ripete quella magia.




1.Earthside
A Dream in Static

Impossibile rimanere indifferenti di fronte al primo album (anzi, pseudo primo album dato che sono la continuazione dei Bushwhack) del quartetto Earthside. Fondamentalmente A Dream in Static non aggiunge nulla di nuovo al genere prog metal/djent, ma è il modo in cui lo realizza che colpisce. Gli Earthside non si fermano ad uno stile ben determinato, ma mescolano post rock, metal sinfonico e djent ambient, costruendo attorno ad ognuna delle otto tracce un'identità ben definita. La produzione è sontuosa e ogni dettaglio curato a livelli maniacali, in più i quattro cantanti ospiti sono al top della loro forma con una menzione particolare per Daniel Tompkins nella title-track: un trionfo.

domenica 6 dicembre 2015

Best EPs of 2015

Come di consueto vi presento la classifica dei migliori EP del 2015 secondo altprogcore che anticipa, come ogni anno, quella degli album che seguirà di qui a breve.


13.Owane
Greatest Hits




12.Venkman 
Kakorrhaphiophobia

 


11.My God, It's Full of Stars
M29
 
 


10.Given Names
Given Names
 



9.Shipley Hollow
Normal Soup

 



8.Sea in the Sky
Visions

 
 
7.Picturesque
Monstrous Things

 

6.Arcane Roots
Heaven And Earth




5.A Formal Horse
Morning Jigsaw





4. Instrumental (adj.)
A Series Of Disagreements
 

 
 

3.F.O.E.S
Antecedence




2.No Transitory
Collide EP




 1.AM Overcast 
Beauty Ave. 

sabato 28 novembre 2015

MERCURY REV - The Light In You (2015)


Dopo essersi presi una pausa di riflessione di sette anni i Mercury Rev tornano con l’album The Light In You, riprendendosi una forma che avevano faticato a mantenere. Il lungo tempo trascorso dall’ultimo lavoro in studio dei Mercury Rev era stato mitigato dalla doppia uscita di Snowflake Midnight abbinato allo strumentale Strange Attractors. Dal comunicato stampa della nuova casa discografica del duo (la Bella Union), Jonathan Donahue e Sean Mackowiak, ci viene fatto intendere che per loro sono stati anni turbolenti a livello personale a cui si deve sommare l’abbandono da parte dello storico bassista/produttore Dave Fridmann. Su The Light In You Mackowiak e Donahue dimostrano comunque di aver imparato la lezione del loro ex compagno, mettendosi entrambi dietro al banco di regia e tirando fuori i classici suoni che hanno caratterizzato gli altalenanti risultati artistici del gruppo, dai consensi unanimi riscossi con Deserter’s Songs al controverso e criticato The Secret Migration.

La voglia di ripartire si percepisce con il sogno ad occhi aperti di The Queen of Swans, dove il dream pop orchestrale della band non è stato mai così psichedelico e colorato. Ma uno dei punti fermi principali del disco è la delicatezza: sia che venga sussurrata come una cantilena infantile su Amelie, sia che venga dispiegata nelle orchestrazioni da favola di You've Gone With So Little for So Long. Tra violini, cori, timpani e chimes, i Mercury Rev sembrano una versione in punta di fioretto e fiabesca dei Beach Boys. Donahue reitera frasi come fossero un’invocazione da formula magica e la musica ne segue le tracce con le stesse caratteristiche di ripetizione del post rock, tipo su Emotional Free Fall. Non è escluso che con tali premesse venga a galla una certa ridondanza come accade in Coming Up for Air, mentre i toni chiaroscuri di Central Park East sono disturbati da una componente eccessivamente lisergica che non le si addice. D’altra parte gli arrangiamenti sinfonici rappresentano, nel bene e nel male, il cuore pulsante dei Mercury Rev che, se nella prima parte del lavoro trattengono un’aura suggestiva che raggiunge il culmine con il ballata da musical Autumn’s in the Air, nella seconda i colori da pop impalpabile si diradano per far spazio a canzoni con impianto più tradizionalmente cantautorale e alle inaspettate briose atmosfere soul rock da motown di Sunflower e Rainy Day Record. All’interno di The Light In You troviamo impressi quei canoni stilistici dei Mercury Rev che più hanno convinto negli ultimi album, senza però superarli con lo slancio che ci saremmo potuti aspettare dopo questa lunga attesa, ma ciò rimane un peccato veniale.

domenica 22 novembre 2015

LEVITATION - Meanwhile Gardens (1994-2015)


Meanwhile Gardens doveva essere il supposto secondo album della band psych-gaze inglese Levitation, registrato all'inizio del 1993 e poi mai realizzato ufficialmente, se si eccettua una versione alternativa remixata con il nuovo cantante, uscita esclusivamente in Australia e il singolo King of Mice pubblicato per il solo mercato tedesco. Quello che successe è che il frontman Terry Bickers, di punto in bianco, annunciò la propria fuoriuscita dalla band nel bel mezzo di un concerto, in preda ormai ad un incontrollabile breakdown emotivo che potremmo definire esaurimento, un atteggiamento simile a quello che gli era già costato il posto nella sua precedente band House of Love. Per farla breve, il gruppo si trovò improvvisamente senza cantante, con un album completato, prodotto nientemeno che da Tim Smith (Cardiacs, anyone?) e comunque deciso ad andare avanti. Dopo aver reclutato per poco tempo Steve Ludwin in vece di Bickers, il gruppo si sciolse definitivamente nel 1994 senza avere realizzato Meanwhile Gardens, che da allora cominciò a circolare sotto forma di bootleg tra i pochi appassionati fan che i Levitation erano riusciti a conquistare.

Quest'anno l'etichetta Flashback Records lo ha riportato alla luce, rimasterizzandolo dai nastri originali, diventando così la prima edizione ufficiale di questo album perduto. Ascoltare e giudicare oggi un lavoro che sarebbe dovuto uscire 21 anni fa, estrapolato da quell'importante contesto storico musicale che era l'Inghilterra dei primi anni '90, non è certo un compito facile. Il rischio di entrare nel reame del "cosa sarebbe successo se" è altissimo, e aumenta ancora di più se si pensa che Meanwhile Gardens è stato giudicato da alcuni un'opera in anticipo sui tempi, che avrebbe scardinato le regole del rock psichedelico chitarristico che di lì a poco sarebbe esploso in Terra d'Albione con le opere di The Verve, Spiritualized, Radiohead e anche Oasis e Blur. Come detto, questa cosa non la sapremo mai, però possiamo affermare che Meanwhile Gardens rimane ancora oggi, nel 2015, un oggetto affascinante e contagioso.

I Levitation creavano spirali elettriche e tappeti lisergici di tastiere simili al rock gotico di All About Eve e allo shoegaze di Swervedriver e My Bloody Valentine, in un connubio da sembrare una versione più concretamente hard dei Cocteau Twins. La voce di Bickers era suadente e riverberata, tanto da colpire come se uscisse con forza positiva da un buco nero, la batteria di David Francolini era un vortice di ritmiche tribali, mentre le chitarre e le tastiere si impastavano in paesaggi spaziali e notturni, creando un legame diretto tra il post punk degli anni '80 con l'attuale scena alternativa inglese. Le cavalcate più estese come I Believe, King of Mice, Burrows e la coda allucinata di Magnifying Glass, non erano immuni neanche da quel presentimento aleatorio di post rock che si sarebbe poi palesato con tutta la sua forza proprio nel 1994 con lo stupendo Hex dei Bark Psychosis.


mercoledì 18 novembre 2015

THE TEA CLUB - Grappling (2015)


Quando tre anni fa fu pubblicato Quickly Quickly Quickly, i The Tea Club si aspettavano di realizzare il suo seguito a breve, ma non avevano messo in conto che gli imprevedibili cambiamenti di line-up avrebbero posticipato i lavori così a lungo. Nel nuovo capitolo abbiamo quindi come sempre i fratelli Dan e Patrick Mcgowan a tenere salde le redini dei The Tea Club, ma attorno a loro sono arrivati tre nuovi musicisti per dare vita al quarto album Grappling. Forse, il fatto che i tempi si siano dilatati non è stato un male per i The Tea Club, permettendogli di pubblicare l'album più complesso e ponderato della loro carriera. Grappling non concede nulla alla facilità di ascolto, nonostante la voce di Dan McGowan sia maturata molto nella sua elasticità e disegni delle belle melodie, al contrario la musica è un vortice senza punti fermi che mai come ora può disorientare, ma allo stesso tempo non è stata mai così legata al prog sinfonico.

E' incredibile come, ad esempio, The Magnet e Remeber Where You Were (con un intro che sembra preso di peso da The Wake degli IQ) assomiglino alle manifestazioni più elaborate dei Genesis, ma riescano entrambe a mantenere un'identità da rock alternativo moderno. Negli interplay solisti tra chitarre e tastiere non spicca mai un tema chiaro e ben definito, ma gli strumenti si sovrappongono in un corto circuito sonoro.  Dr. Abraham è un pezzo così strano ed inusuale per loro, nel quale si ritrovano le sperimentazioni del Canterbury sound senza compromessi di Matching Mole o le invenzioni più audaci di Robert Wyatt. Confrontato con ciò che ci siamo lasciati appena alle spalle The Fox in a Hole sembra quasi un pezzo rilassato con la sua introduzione da folk bucolico, ma che proseguendo nasconde insidie progressive ad ogni angolo. Wasp in a Wig si tinge di quel prog rock americano che ci hanno insegnato ad amare gli Echolyn, con molti crescendo e ottimi spunti strumentali giocati tra le tastiere e le chitarre. Ancora una volta il punto di riferimento della conclusiva The White Book sembra essere i Genesis, soprattutto al lavoro di tastiere di Reinhardt McGeddon, però qui si solcano territori talmente aleatori che spesso, sei suoi saliscendi dinamici, ci si dimentica dei riferimenti.

I The Tea Club, quindi, cambiano ancora direzione, dando alle stampe un album dai toni d'avanguardia con brani con cui non sarà facile confrontarsi ma che, in definitiva, se cercate un prog sinfonico che non rispecchi i canoni di ciò che avete conosciuto sinora, Grappling vi stupirà per il suo coraggio e il suo azzardare in una scena che troppo spesso si rinchiude in confortevoli parametri ormai omologati.


 

www.theteaclub.net

martedì 17 novembre 2015

Instrumental (adj.) - A Series Of Disagreements (2015)


In questi giorni esce in edicola il numero 3 della rivista Prog Italia con uno speciale sui King Crimson e alla quale ho contribuito scrivendo su alcuni gruppi progressive rock da loro influenzati. Il caso vuole che esca proprio oggi questo EP di tre tracce del gruppo australiano Instrumental (adj.) - composto da Simon Dawes, Simon Grove e Chris Allison, ragazzi che hanno fatto parte della scena prog metal strumentale prendendo parte a progetti come Plini, Fat Guy Wears Mystic Wolf Shirt, The Helix Nebula, SEIMS e Violence In Action - il quale rientra, come ammesso da loro stessi, nella categoria di jazz metal poliritmico che molto deve alle sonorità crimsoniane a partire dalla ingarbugliata title-track che apre le danze. Un EP, per il momento scaricabile gratuitamente, che per la sua brevità lascia con la voglia e la curiosità di ascoltacene ancora dato che la sfaccettatura dei brani non stanca affatto.


https://www.facebook.com/instrumentaladj 

domenica 15 novembre 2015

Strawberry Girls - American Graffiti (2015)


American Graffiti è quello che si può definire un album esplosivo. Gli Strawberry Girls nascono come progetto dell'ex chitarrista dei Dance Gavin Dance, Zac Garren. Diciamo che l'energia della sua band di origine la possiamo trovare in questa incarnazione di math post hardcore per lo più strumentale e che quando si fa carico di ospitare dei vocalist diventa ancora più spettacolare come nel caso di Gospel o Overrated, che vede alla voce Kurt Travis che militò nei Dance Gavin Dance nello stesso periodo di Garren e attualmente tra le fila degli A Lot Like Birds.

Dopo aver testato i motori nel 2013 con la scheggia impazzita che fu French Ghetto, adesso il trio ci riprova con un'opera a dir poco strepitosa. I pirotecnici assalti dell'album sono guidati da ritmiche frenetiche e fraseggi chiatrristici che mischiano funk, blues e math rock, ma gli Strawberry Girls si lanciano anche sonorità così psichedeliche da sfiorare lo space rock. Alla fine non si può che constatare come American Graffiti è sicuramente stretto parente di tutto il movimento post progressivo dell'ultimo decennio che include The Mars Volta, Circa Survive e Coheed and Cambria, ma anche di come si nutra del progerssive rock più classico, un connubio che forse nessuna band di math rock era riuscita a elaborare.

lunedì 9 novembre 2015

I Black Peaks presentano "Statues", il primo album confermato per il 2016

 
Nel luglio del 2014 presentai un EP della band Shrine dal titolo Closer to the Sun. Qualche tempo dopo il gruppo cambiò nome in Black Peaks e quest'anno ha presentato due nuovi singoli Glass Built Castles e Crooks. A parte questo, non vi è più traccia nel web del vecchio materiale poiché i Black Peaks, annunciando l'uscita del loro primo album per il 26 febbraio dal titolo Statues, probabilmente vogliono vedere questa cosa come un nuovo inizio.

All'interno di Statues, che è stato mixato nientemeno che da Alex Newport, ci saranno anche due dei tre pezzi tratti dell'EP già citato, uno dei quali, Saviour, è stato appena lanciato come nuovo singolo. Influenzati da Oceansize, Mastodon e The Mars Volta (si legga questa bella intervista), nella loro ascesa i quattro di Brighton sono stati aiutati da due dj influenti come Zane Lowe e Daniel P. Carter che hanno lanciato con entusiasmo i due singoli appena menzionati dalle antenne radio della BBC, elogiando il gruppo come una delle migliori scoperte del 2015. E noi non possiamo che concordare.





Tracklist:
1. Glass Built Castles
2. Crooks
3. Say You Will
4. Hang ‘Em High
5. Set In Stone
6. Saviour
7. Statues Of Shame
8. Drones
9. White Eyes
10. To Take The First Turn

venerdì 6 novembre 2015

Ossicles - Music For Wastelands (2015)


Nonostante la giovane età e l'aver alle spalle un solo album, il duo norvegese formato da Sondre e Bastian Veland parte già con un curriculum di tutto rispetto, che vede tra i loro fan Steven Wilson e Mike Portnoy, il quale, dopo aver ascoltato l'album autoprodotto Mantlepiece (poi ristampato dall'etichetta Karisma), li ha voluti come band di appoggio in alcuni suoi concerti. Da queste promettenti premesse arriviamo al secondo album degli Ossicles, Music For Wastelands, che rappresenta una conferma del talento compositivo dei due cugini. Sfruttando solo l'aiuto degli ospiti Erlend Furuset Jenssen (al sassofono) e Karin Mäkiranta (alla voce in una traccia), Sondre e Bastian si fanno carico di tutti gli strumenti e producono un album dai suoni personali, ma che ritrova nelle raffinatezze new wave di David Sylvian e No-Man e nel prog rock dei King Crimson e Porcupine Tree certe peculiarità affini, anche se affrontano il tutto con un approccio più sofisticato che va a toccare i confini della fusion in alcune parti strumentali.





http://ossiclesband.wix.com/ossicles

mercoledì 4 novembre 2015

Our Oceans - Our Oceans (2015)

 
Sono sempre più colpito da Tymon Kruidenier e i suoi progetti. Forse alcuni di voi lo ricorderanno come seconda chitarra nei Cynic dell'era Traced in Air, ma il musicista olandese è in realtà da tempo impegnato con la sua band di progressive fusion Exivious. Con altri due compagni di quest'ultimo progetto, Tymon ha iniziato nel 2013 una nuova avventura musicale con il nome Our Oceans, non più basato su pezzi strumentali, ma iniziando a comporre brani che prevedevano il cantato. In un primo momento le parti vocali erano state affidate alla cantante finlandese Noora Hakkinen, poi, in seguito a non ben specificati "motivi personali", il gruppo ha deciso di licenziarla, trovandosi di colpo senza un cantante. E' stato quindi Tymon stesso a caricarsi sulle spalle questo fardello e, devo dire, il risultato non è affatto male, tanto da chiedersi perché il chitarrista non avesse pensato prima a questa eventualità. Comunque, l'omonimo album d'esordio è in uscita il 15 novembre e, dalle due tracce trapelate finora, sembra che il progetto Our Oceans sarà proprio "song oriented" con assoli e funambolismi musicali quasi del tutto assenti o ridotti al minimo indispensabile, per dare spazio alle voci, ad arpeggi eterei, creando atmosfere tra prog metal e ambient.

www.ouroceans.net

martedì 3 novembre 2015

GAZPACHO - Molok (2015)


Le premesse del nuovo album dei norvegesi Gazpacho appaiono molto intriganti. Molok, nono lavoro in studio che arriva a poco più di un anno dal precedente Demon, affronta temi alti come scienza e religione attraverso un personaggio vissuto nel 1920, raccontando di come l’Uomo nella propria storia si sia costruito idoli di pietra da adorare e di come il senso della vita possa eventualmente perdere di significato senza una presenza divina in cui credere. L’esoterismo legato a Molok aumenta se si pensa che è stato presentato come un album che può distruggere l’universo - teoria confermata pure dal fisico inglese Adam Washington -, dove un codice bit legato allo strano suono prodotto al termine del CD provoca la correzione del software del lettore, generando ogni volta un numero casuale differente che, in caso di corrispondenza con le particelle dell’universo, porterebbe al suo graduale collasso (in fisica Zenone quantistico). Passando a cose meno impegnative, la musica contenuta in Molok poco si discosta da quanto fatto sinora dai Gazpacho.

Il gruppo questa volta si lascia alle spalle le lunghe elucubrazioni di Demon e si concentra su un formato temporale più ridotto, riuscendo una volta tanto, con il brano ABC, ad imbrigliare delle melodie sinuose da potenziale singolo. Anche se qui non lesinano qualche sussulto, come nella vivace Bela Kiss, i Gazpacho ci hanno comunque abituato a tempi rallentati che rientrano più nei confini di certo art rock crepuscolare che non nel progressive inteso nella sua accezione classica. Il risultato di tali formule ci fa arrancare nei quasi dieci minuti di muzak ancestrale di Molok Rising o nelle inconsistenti velleità simil-new wave di Alarm. Il disco vorrebbe trasmettere delle vibrazioni spirituali e le atmosfere raccolte della band si prestano particolarmente nei passaggi da rito ecclesiastico di The Master’s Voice. I tamburi tribali che ritornano in modo sistematico su Choir of Ancestors, Park Bench e Know Your Time riflettono musicalmente la natura quasi pagana del concept, brani non privi di un certo elemento di fascinazione, ma che continuano a mancare di quel quid che possa rendere memorabile la musica dei Gazpacho.

venerdì 30 ottobre 2015

Altprogcore October discoveries

 
Le prime tre band qui presentate non sono in realtà delle scoperte recenti, ma approfitto di questo post cumulativo per aggiungere anche loro.
Partiamo con il sesto album in studio dei Thieves' Kitchen che, con le sue arie fusion e canterburiane, rappresenta musicalmente la proposta meno dura di questa rassegna.
Infatti poi si passa al post hardcore degli Arcane Roots e Icarus the Owl. I primi ritornano dopo l'album d'esordio con il solido EP Heaven and Earth, mentre i secondi tagliano il traguardo del quarto album con Pilot Waves, un mix che potrà piacere ai fan di Circa Survive, Emarosa e I The Mighty.









Le vere novità arrivano ora: i No Transitory sono una nuova band neozelandese che, pur suonando molto simili a TesseracT e Skyharbor, hanno un ottimo senso melodico e una buona preparazione tecnica, il che fa presupporre che siano, sì degli esordienti, ma con esperienza.
Poi arriviamo agli inglesi Eschar che suonano un bel prog metal/djent strumentale ed infine i norvegesi Rendezvous Point che si fanno conoscere per la prima volta con il buon Solar Storm. Niente di trascendentale, si intenda, ma sempre e comunque meritevoli di una menzione.






domenica 25 ottobre 2015

Picturesque - Monstrous Things EP (2015)


Freschi di contratto con l'etichetta Equal Vision Records, i Picturesque si apprestano ad esordire con l'EP Monstrous Things in uscita il 20 novembre. Il giovane quintetto aveva in realtà già pubblicato tre canzoni (anche in versione acustica) su Bandcamp lo scorso dicembre che verranno qui incluse e affiancate da altre tre nuove composizioni tra le quali il primo singolo Unannounced.
Dalla canzone che apriva il vecchio EP, Speak Softly, è stato tratto anche un video. I Picturesque fanno leva sull'alto range vocale di Kyle Hollis, su un post hardcore dalle sonorità accattivanti e probabilmente potranno piacere ai fan di Circa Survive, Emarosa, Saosin e I the Mighty.





http://www.picturesqueband.com/

domenica 18 ottobre 2015

Earthside - A Dream in Static (2015)


Per i quattro principali componenti degli Earthside, Jamie van Dyck (chitarra), Frank Sacramone (tastiere), Ben Shanbrom (batteria) e Ryan Griffin (basso), A Dream in Static rappresenta solo parzialmente un esordio, in quanto i quattro musicisti (tutti con importanti studi alle spalle) erano già attivi a partire dal 2006 con il nome di Bushwhack, producendo un album omonimo e un EP. Cambiando sigla in Earthside, Sacramone e compagni hanno reimpostato quindi anche il proprio livello di ambizione. Se prima lo stile era affidato ad un progressive metal strumentale abbastanza collaudato, con questa nuova partenza gli Earthside alzano il tiro, ampliando i loro orizzonti al post rock, al prog metal sinfonico e invitando anche alcuni tra i migliori cantanti della scena metal ad occuparsi delle parti vocali. Oltre a questo, l’album è stato registrato in Svezia con l’ausilio del produttore David Castillo (Opeth, Katatonia, Bloodbath), mentre Jens Bogren (Opeth, Soilwork, The Ocean, Devin Townsend) si è occupato del mix addizionale e del mastering.

Provenienti dal New England, gli Earthside hanno adottato la definizione "cinematic rock" per presentare la propria musica, termine alquanto ambizioso che però rende benissimo l’idea della magniloquenza di cui è intriso A Dream in Static. In effetti ogni brano - otto in tutto, divisi equamente in quattro strumentali e quattro vocali - rappresenta un capitolo a parte, ognuno a modo suo architettato per rendere al meglio l’idea di prog rock in formato panoramico. La produzione aiuta molto in questo: i suoni sono chiari e distinti anche nelle parti più sature, ogni strumento emerge con purezza cristallina e l’equilibrio sonoro delle dinamiche è impressionante.



Il primo pezzo è la strumentale The Closest I've Come che apre con un basso alla Tool e dove l’atmosfera sincopata non diverge molto dal metal meditabondo della band di Adam Jones, anche se qui si si possono cogliere elementi di post rock in stile God is an Astronaut e shoegaze.
Mob Mentality - che ospita alla voce Lajon Witherspoon dei Sevendust e l’accompagnamento orchestrale della Moscow Studio Symphony Orchestra – è una mini suite che nasce quasi come prototipo e dichiarazione di intenti degli Earthside. In dieci minuti di durata viene dispiegato un gioco di rimandi tra metal sinfonico e musica classica, nei quali il gruppo riesce ad evitare accuratamente le trappole della stucchevolezza. Il continuo affastellarsi di melodie e crescendo emotivi viene rispettato dall’orchestra, alla quale è dato molto spazio soprattutto negli intermezzi di “piano”, guidando lei stessa il gruppo e non viceversa.

La title-track ha come ospite alla voce Daniel Tompkins, che ormai credo non abbia bisogno di presentazioni, e, signori miei, cosa non è questo pezzo. Dentro c’è proprio tutto: la grandiosità che si addice ad un djent barocco, in perenne altalenarsi tra sbalzi prog metal, innesti ambient e un chorus di una bellezza devastante. Gli Earthside spingono per la prima volta le corde vocali di Tompkins verso vette inarrivabili, mettendogli tra le mani una delle migliori prove della sua carriera e consacrandolo come uno dei migliori interpreti di questo genere. Senza dubbio il miglior brano del 2015.

Su Entering The Light ritroviamo di nuovo la Moscow Studio Symphony Orchestra e il virtuoso di hammered dulcimer Max ZT. Dai tratti marziali e dal retrogusto di soundtrack da film desertico, forse questo è il brano meno coinvolgente del lotto, dato che lascia un senso di incompiutezza, come se la bozza principale non fosse stata sviluppata in pieno.
Skyline è un altro suggestivo strumentale che gioca con atmosfere riverberate ed eteree applicandole alla pesantezza del metal, il crescendo estatico degli interventi di piano e chitarra viene supportato dalla sicurezza della sezione ritmica. Anche qui si toccano quasi i dieci minuti, ma il fatto che A Dream in Static sia un album godibilissimo è provato anche dalla sua scorrevolezza, dove la lunga durata dei brani non viene assolutamente percepita come tale.



I parametri imposti da Crater – con Björn Strid dei Soilwork alla voce – sono simili a quelli della title-track, solo con toni ancora più melodrammatici, ben sottolineati dalla voce di Strid,  mentre The Ungrounding ha un incedere frenetico da prog metal funambolico che mette in risalto le doti tecniche del gruppo. Con i dodici minuti di Contemplation of the Beautiful il disco si chiude con cupezza come fosse un’elegia dolorosa, la voce di Eric Zirlinger dei Face the King è disturbante quanto basta quando dal sommesso cantato delle linee principali passa all’urlo disperato del chorus. Qualche volta gli Earthside mi portano a pensare che è così che si sarebbero dovuti evolvere i Pain of Salvation, dato che sottotraccia scorre in loro la stessa ambizione di ricerca per una musica metal che sappia regalare grandi emozioni.
In sintesi A Dream in Static è un album assolutamente da non perdere, prodotto magnificamente, scritto con passione e interpretato con il cuore e che credo potrà piacere anche a chi non è un fan del genere.




Tracklist and Featured Guests:

Earthside -- A Dream In Static (2015)
I. The Closest I've Come

II. Mob Mentality
 Featured Guest Vocalist: Lajon Witherspoon (Sevendust)
 Featured Ensemble: The Moscow Studio Symphony Orchestra (MSSO)

III. A Dream In Static
 Featured Guest Vocalist: Daniel Tompkins (TesseracT, ex Skyharbor)

IV. Entering The Light
 Featured Guest Performer: Max ZT -- Hammered Dulcimer
 Featured Ensemble: The Moscow Studio Symphony Orchestra (MSSO)

V. Skyline

VI. Crater
 Featured Guest Vocalist: Björn Strid (Soilwork)

VII. The Ungrounding

VIII. Contemplation Of The Beautiful
 Featured Guest Vocalist: Eric Zirlinger (Face The King)

http://earthsideband.com/

sabato 17 ottobre 2015

Un documentario su Terry Reid - L'uomo che disse no a Led Zeppelin e Deep Purple


Chiedi chi era Terry Reid. Uno sfortunato cantante dalla voce unica la cui carriera non è mai decollata e dove la principale traccia che viene ricordata di lui nella storia del rock resta il famigerato aneddoto di aver rifiutato le offerte di far parte dei Led Zeppelin e poi dei Deep Purple. Con nostra somma gioia apprendiamo che finalmente qualcuno si è ricordato di lui ed è attualmente in produzione un documentario sulla sua figura diretto da Richard Frias con interviste a Robert Plant, Eric Burdon, Graham Nash, Gilberto Gil, Kat Von D, Michael Kiwanuka, Al Schmitt, Rick Rosas, Spencer Davis, Doug Rodrigues e James Gadson Rumer. D'altra parte, se nel 1968 la grande Aretha Franklin ebbe a dire riguardo a Reid: “There are only three things happening in England: The Rolling Stones, The Beatles and Terry Reid.”, qualcosa vorrà pur valere.

A questo punto vi domanderete se l'artista in questione sia morto e se il documentario a lui dedicato, dal titolo Superlungs, sia un tributo postumo. No, il bello della storia è che Reid è ancora in vita, gode di ottima salute e continua ad esibirsi regolarmente dal vivo, anche se magari la voce non ha più più quella carica e potenza di un tempo. Chissà, forse, se avesse avuto la sfortuna di scomparire prematuramente come un Nick Drake, un Tim o un Jeff Buckley, oggi saremmo qui a scrivere una storia diversa di un grande cantante dal talento immenso e per lo meno con un seguito di culto. Ma anche se Reid fortunatamente è ancora con noi la sua produzione musicale è stata comunque molto esigua, non pubblicando un album in studio ormai dal lontano 1991.

Prima di ciò c'erano state le tre meteore degli anni '70 con Seed of Memory, Rogue Waves e soprattutto River che spicca su tutti, incastonato stilisticamente tra Astral Weeks di Van Morrison e Five Leaves Left di Nick Drake. A far conoscere ed apprezzare Terry Reid ad un pubblico leggermente più vasto ci pensò Rob Zombie (anche lui intervistato nel documentario) dieci anni fa con il film The Devil's Rejects (in Italia La Casa del Diavolo) dove nella colonna sonora comparivano tre canzoni tratte da Seed of Memory, riservando la meravigliosa title-track per i titoli di coda in modo che molti si domandassero di chi fosse quella canzone (esattamente quello che è successo all'autore del documentario tra l'altro).
Per saperne di più su Superlungs potete visitare il sito ufficiale: www.mysuperlungs.com.
Mentre per avere un'idea di chi è stato Terry Reid potete leggere una mia retrospettiva che ho scritto tempo fa:
http://altprogcore.blogspot.it/2014/04/terry-reid-una-retrospettiva-su-river.html


venerdì 16 ottobre 2015

Field Kit - I Have Sent You a Deadly Animal (2015)


Field Kit è una nuovissima band proveniente da Orlando (Florida) che comprende al suo interno una nostra vecchia conoscenza, ovvero il chitarrista Matthew Kipp. Kipp, insieme a David Raymond, fece parte dei League che in seguito si trasformarono nei Damiera e, una volta disciolti, formò i The Still Voice, durati lo spazio di un album.
Oggi Kipp si ripresenta - con Travis Adams (ex Inkwell e My Hotel Year) alla voce e al basso e Brandon Gibbs (anche lui ex The Still Voice) alla batteria - con questo nuovo progetto che potrà sicuramente interessare chi ha conosciuto i gruppi appena citati. Si tratta di un post hardcore non troppo duro che si miscela con elementi melodici da alternative rock. In pratica come ascoltare un evoluzione del primo EP dei Damiera.

martedì 6 ottobre 2015

Jane Getter Premonition - ON (2015)


La chitarrista jazz/blues statunitanse Jane Getter, aggiungendo al suo nome la sigla Premonition, ha appena pubblicato un nuovo album, allestendo dietro di sé un vero e proprio supergruppo. Sembrerà una banalità, ma già citando i nomi dei musicisti coinvolti si potrà intuire dove va a parare ON. Alle tastiere abbiamo Adam Holzman  (Miles Davis, Steven Wilson) che era anche il produttore e ospite nel precedente album della Getter intitolato Three, poi abbiamo al basso Bryan Beller (Joe Satriani, The Aristocrats), Chad Wackerman alla batteria (Frank Zappa, Allan Holdsworth, Steven Wilson) e Corey Glover dei Living Colour come special guest alla voce. In più è doveroso citare altre ospitate illustri come Theo Travis (su Falling) e il chitarrista Alex Skolnick (Testament, Savatage, Ozzy Osbourne Band).

Se vi piacciono gli artisti appena citati, soprattutto Steven Wilson, con molta probabilità troverete ON un'ottima rivelazione. La Getter, con buon aiuto di Holzman, scrive brani che oscillano tra progressive rock e fusion senza che le differenze tra i due generi rappresentino un ostacolo, anzi dimostrano quanto abbiano in comune e si scabino idee a vicenda.




http://janegetter.com/

lunedì 5 ottobre 2015

Intervista con i Desperate Journalist

 
Intervista e traduzione a cura di Francesco Notarangelo
 
Desperate Journalist? Un qualcosa di già sentito, un bel sentire, qualche rimando anni ’80, un po’ di Cure, un po’ Smiths, un po’ Echo & The Bunnymen, un paio di canzoni davvero valide - Control su tutte -, soprattutto quando ci spogliamo di quel falso sorriso che ci serve per vivere là fuori. Canzoni che ci parlano mentre siamo nella metro e il resto del mondo si perde in conversazioni sorde tramite un telefono, canzoni che ci consolano da imprevisti e problemi che affrontiamo di nuovo e di nuovo. Ne vogliamo di nuovo.
 
 
Come sono nati i Desperate Journalist?
Tutti noi viviamo vicino Finsbury Park e abbiamo sempre condiviso molti interessi riguardo la musica che amavano e le band che odiavamo. In comune accordo abbiamo deciso di provarci e vedere che succedeva. Devo dire che il risultato finale non è stato poi così male, così abbiamo deciso di proseguire.

Credo che il vostro nome sia molto curioso ed interessante.. puoi spiegaci come mai la scelta è ricaduta su un nome così originale?
Grazie! I Cure per primi hanno fatto una versione della canzone Grindig Half su una Peel Session dove i testi erano letteralmente confusi sulla recensione di Paul Morley in NME. La versione per questa strana situazione fu intitolata "Desperate Journalist". Il nome e il tono della canzone si addicevano pienamente al nostro stile.

La musica è la vostra cura? Da dove nascono i vostri testi? Com'è nata la canzone Control?
Io (Jo) posso parlare solo per me stessa, ma trovo lo scrivere e il comporre come un processo catartico e salutario per affrontare e superare le ansie e i cattivi ricordi e trasformarli in qualcosa di buono e di fiero da suonare con la mia band. È, quindi, un modo per superare e cambiare prospettiva di alcune cose.. sentimenti contrapposti! La canzone Control parla di quel genere di persone che non si assumono le proprie responsabilità e, quindi, incolpano delle proprie cattive azioni, altri.





Sappiamo che Morrisey gettava fiori sul palco prima e durante il concerto.. è stata la fonte d'ispirazione per la vostra copertina?
É un po' difficile fare questo riferimento, ma abbiamo pensato che l'immagine di fiori sparsi e gettati era molto romantica, colorata e malinconica.

La vostra musica preferita?
Ognuno di noi ama musica diversa! Collettivamente siamo stati inspirati dall'uso intelligente ed emotivo di band come i Rem, gli Smiths, i Cloud Nothings, i Cure, Paul McCartney, Nirvana, Siousxie...

Due parole per descrivere la vostra musica?
Melodica e melodrammatica.

Sperando di non fare un errore, siete considerati dalla stampa internazionale, la “the next big thing” e i nuovi Savages... qual è il vostro rapporto con il successo? Siete spaventati?
É davvero eccitante che la gente ci apprezzi e non siamo spaventati nella maniera più assoluta. Ci piace suonare in più e diversi luoghi e incontrare persone da ogni parte del mondo con la quale, magari, scrivere, creare, suonare, è davvero una cosa meravigliosa.

Che band ci suggeriresti?
Direi: Priests, The Ethical Debating Society, Nothing, Lusts, Ghosts of Dead Airplanes, Medium Wave.

State preparando un tour europeo con altre band?
Non subito, ma speriamo che si possa fare dal prossimo anno.




www.desperatejournalist.co.uk



venerdì 2 ottobre 2015

Tre album per il weekend: A Mote of Dust, The Panic Division, Lydia

 
Dato che devo segnalare tre uscite che con il progressive rock non hanno nulla da condividere, ho deciso di accumulare tutto in un unico post.

Il primo è quello dei The Panic Division, il progetto del musicista Colton Holliday il cui precedente album, Eternalism, fu uno dei miei preferiti del 2012. Aero Nautical, pubblicato oggi, è ancora una volta un'avventura musicale che si tuffa nelle atmosfere del rock anni '80, sonorità sature ed energiche dominate da chitarre e tastiere, mettono sempre in mostra il gusto per le melodie di Holliday.




Il secondo disco è molto differente e viene pubblicato sempre oggi. A Mote of Dust è un nuovo progetto solista dell'ex Aereogramme e forse anche ex The Unwinding Hours, Craig B. L'album omonimo è molto crepuscolare e minimale, in una parola intimista, e per la maggior parte del tempo vede Craig impegnato in solitaria a cantare ballate autunnali coadiuvato solo da chitarra acustica e piano. Se ne consiglia quindi l'ascolto in determinati stati d'animo e in momenti molto rilassati della giornata. Molto simile alle cose fatte con gli Unwinding Hours, ma ancora più scarno a livello di strumentazione. A proposito di quel gruppo non sappiamo se continuerà dato che Iain Cook, l'altra metà degli UH, è impegnatissimo con i CHVRCHES.





Il terzo è un album di pop cristallino e semplicemente perfetto che arriva dai Lydia. Il gruppo è da molto tempo che è in giro, ma, dopo quello che viene considerato il loro classico, Illuminate del 2008, li avevo un po' persi di vista. Complice sono state le varie vicissitudini della band: l'abbandono di Mindy White per formare gli States, poi quello del chitarrista Steve McGraw e infine uno iato nel 2010 durato lo spazio di un annetto. Da lì in poi ci sono stati alti e bassi, ma questo Run Wild è stata una bella sorpresa, un piccolo gioiello di dream pop dove non c'è un brano fuori posto, con una menzione particolare per The Sound in Your Dream e Past Life.