mercoledì 26 luglio 2017

Visitors - Vortices, A Foreword (2017)


Un anno fa presentai una nuova band math rock/post hardcore di nome Gloe proveniente da Salt Lake City. Il loro frontman, Ian Cooper (voce e chitarra), è da qualche tempo alla guida anche del progetto Visitors insieme a Bryan Lee (batteria), Cameron Jorgensen (basso), Ty Brigman (chitarra) e Ian Hilton (chitarra, synth). Un primo EP del gruppo dal titolo Blueshift fece la sua comparsa nel 2014 ed ora è la volta di Vortices, A Foreword, presentato come un concept del quale esiste anche una graphic novel dal titolo Axis B scritta dallo stesso Cooper insieme ad Alex Cooper. I Visitors ci fanno sapere che l'EP Vortices, A Foreword è solo un preludio di un concept più ampio che proseguirà in un album già pronto per essere pubblicato nel 2018.

I presupposti stilistici dei Visitors sono caratterizzati dall'assimilazione di dettami post hardcore alla  Circa Survive e rielaborati in un contesto prog psichedelico sulla scia dei The Mars Volta. A parte la breve intro ambient-gaze di Nonce, la forte componente ritmico elettronica che apre Mutineers ci riporta ai lidi dei The Dear Hunter, ma i Visitors aggiungono aggressività screamo e stratificazioni chitarristiche da post hardcore sperimentale alla Sianvar, i cui contorni prendono forma completa su Revisionist History, fino alla più complessa, melodrammatica e oscura Tempering. Benché i Visitors seguano spazi già battuti da altre band, sembrerebbero dei validi interpreti di questo genere, anche se per esprimersi con più precisione su di loro sarà meglio attendere il prossimo lavoro.


sabato 22 luglio 2017

Sleep Token - Two (2017)


Rivelatasi (si fa per dire) al mondo alla fine dello scorso anno come un'entità misteriosa formata da identità ignote, la band Sleep Token, dopo aver realizzato in modo indipendente un primo EP, ha firmato un contratto con l'etichetta inglese Basick Records che ora dà alle stampe altri tre brani inediti raccolti sull'EP Two. Chi credeva che il fatto di nascondere i nomi dei musicisti coinvolti nel progetto fosse solo una trovata pubblicitaria iniziale per poi essere svelata in seguito è stato smentito. Gli Sleep Token non solo hanno continuato a mantenere l'anonimato, ma si sono prodigati nell'alimentare il mistero che li circonda anche mediante criptiche interviste sinceramente un po' montate ad arte, descrivendosi come un gruppo di persone guidate dalla figura mascherata del cantante/leader Vessel e professando la loro appartenenza al culto di un'antica divinità chiamata Sleep della quale portano il messaggio attraverso il gruppo. Se lasciamo da parte queste pagliacciate e parliamo invece di musica, allora il discorso cambia e gli Sleep Token dimostrano di possedere effettivamente un livello compositivo profondo, esoterico ed emotivo.

Two scava forse ancora più a fondo sulle potenzialità del gruppo e completa un quadro che il primo capitolo di One aveva solo introdotto. In quei primi tre brani era presente un'idea stilistica forte e originale che metteva assieme una visione melodrammatica di canzone d'autore alternative rock arrangiata con i canoni del post rock e con oculati crescendo che sconfinavano in territori metal. Scoprendo le carte immediatamente, il rischio per gli Sleep Token di usurare dei meccanismi ed equilibri atmosferici così delicati era grande, ma Two rilancia gli stessi ingredienti con una sensibilità rinnovata e rafforzata. L'impostazione è nuovamente minimale, ma questa volta con un più ampio spettro sonico: con solo l'ausilio di tastiere a tessere le sfumature, qualche chitarra elettrica nei momenti più concitati e la voce struggente di Vessel, è impressionante il grado emotivo che il gruppo sa trasmettere. Merito di pause, dinamiche e tempi sospesi che aumentano il fascino e la sensazione di essere avvolti in un mondo notturno e gotico come nei contrasti portati in dote da Nazareth (piano elettrico e drum beat soffusi all'inizio e muri elettrici djent nel finale).

Quel senso di religiosità e raccoglimento che il collettivo vuole trasmettere, su Two prolifica sottotraccia grazie a piccoli accorgimenti. Le stratificazioni vocali di Calcutta, in alcuni punti vicini alla preghiera gospel, contrapposte ai bordoni di synth, riportano alla mente Bon Iver e i suoi impalpabili paesaggi sonori, solamente che qui si attende il momento trascendentalmente metal. Jericho ha più i connotati di una ballad post rock, tanto che è l'unica traccia nella quale Vessel accenna a qualche inflessione aggressiva nella propria vocalità. Il merito degli Sleep Token è quello di affrontare il metal negandolo allo stesso tempo. Qui non ci troviamo di fronte alle odierne peregrinazioni djent che flirtano con new age e ambient e neanche di fronte a virtuosismi prog fusion. Gli Sleep Token si sono addentrati in territori nuovi, il che non significa inediti, ma che elevano il metal a pura arte di cui possono fruire tutti. Sbrigatevi a realizzare un album. 

 
 

venerdì 21 luglio 2017

Wot Gorilla? - Angel Numbers (2017)


Sono passati ben cinque anni da quando i Wot Gorilla? hanno pubblicato il loro primo lavoro Kebnekaise, da allora si sono fatti risentire sporadicamente con qualche singolo fino ad arrivare all'anno scorso con .​.​.​and then there were three​.​.​., un mini EP di sole due canzoni che, come suggeriva il titolo, certificava oltretutto il cambio di line-up che si riduceva a trio. Ad ogni modo, tutti questi riferimenti ai Genesis non corrispondono assolutamente all'identità musicale dei Wot Gorilla?, tanto più considerando questo nuovo EP Angel Numbers che rispetto al passato devìa su strade ancora più pesanti ed oscure. 

Il math rock molto variegato del trio diventa in questa sede un experimental post hardcore in parte memore dei Biffy Clyro prima maniera. Le devastanti sequenze distorte di Kikuna sono ai limiti del prog metal cerebrale e regolano l'atmosfera dell'EP fin dal primo ascolto. Mentre 11:11 e Soak rappresentano idealmente un ponte tra passato e presente con continue svolte tematiche e dense distorsioni, Watch Out for the Tentacles! e Noice. Smort. sono degli ottovolanti di punk cervellotico che focalizzano la propria cifra stilistica su quanti riff e micro-riff reisce a cucire insieme la chitarra di Mat Haigh.

giovedì 20 luglio 2017

Altprogcore July discoveries


Mi spiace non avere sentito parlare prima dell'ottetto romano VEMM (acronimo di Very Excited Mad Musicians) che è ormai attivo dal 2013 e piuttosto conosciuto nell'ambiente della capitale, ma credo che al di fuori di esso debbano ancora farsi un nome. Sotto tale aspetto non dovrebbero avere ostacoli in futuro poiché, con un album d'esordio datato 2014, il gruppo fondato dal chitarrista Emanuele Andolfi presenta un progressive rock dall'impostazione trasversale che fonde jazz, funk, metal e avant-garde a testi ironici e trovate musicali da big band non prendendosi troppo sul serio, nonostante la propria musica sia avventurosa e fieramente impegnativa, ma allo stesso tempo accessibile. L'ultimo loro prodotto uscito lo scorso marzo (e che ha anticipato il singolo inedito Bug 2035) è il live The Concept Concert (aperto con una cover di Devin Townsend) nel quale si può apprezzare in pieno l'uso della sezione di fiati e quella del coro femminile, aggiungendo sfumature poliedriche che sanciscono già una crescita rispetto all'esordio.


BISONwar è un trio di Pasadena composto da Peter Boskovich (basso), Nathan Taitano (batteria) e Joe Gamble (chitarra) e nell'omonimo esordio ci presentano un math rock abbastanza mutevole che può espandersi da aggressivi incisi heavy metal a più raffinati lidi fusion. Quasi una perfetta sintesi tra l'abrasivo math rock dei Town Portal e l'intricato jazz prog dei Father Figure.



Non si discosta molto da queste coordinate un altro trio di Halifax, gli Oceanic, con il loro secondo album Trappist. L'album si pone in un'area vicina al djent ultra tecnico degli Animals As Leaders, anche se fortunatamente l'algido approccio della band di Abasi viene stemperato in una prospettiva più indirizzata alle dinamiche math rock e a stratificazioni strumentali psichedeliche e post rock. In definitiva gli Oceanic sono un'altra band da segnalare e tenere d'occhio, magari recuperando anche il primo album Origin.



Crashtactics è un dinamico duo di Manchester composto da Alex Lynham (chitarra, tastiere, basso, voce) e Siôn Roberts (batteria, basso) che dal 2015 ad oggi aveva realizzato alcuni singoli raccolti adesso in questo EP The Hawk is Out. Presentandosi, Lynham e Roberts, si citano influenze di Meshuggah, Swervedriver, Battles e Oceansize, tutti paragoni piuttosto impegnativi che incuriosiscono, ma che i Crashtactics portano a casa con un risultato rimarchevole fatto di sonici riff math rock e intricate sequenze prog. Solo quattro tracce purtroppo, ma che fanno intravedere un futuro degno di nota.

martedì 18 luglio 2017

Jakub Zytecki - Feather Bed EP (2017)


Dopo averci deliziato con il nuovo album dei Disperse qualche mese fa, il chitarrista Jakub Zytecki torna a distanza di poco tempo con questo piccolo EP che segue il suo primo album solista Wishful Lotus Proof pubblicato nel 2015. Come spiega lo stesso Zyteck, con la produzione di Feather Bed ha voluto mantenere un approccio lo-fi e vintage per mettere in risalto l'elemento emotivo piuttosto che privilegiare l'aspetto metal, già esplorato abbondantemente con il primo album. Il risultato è comunque un EP che ha il suono di una moderna fusion/new age/world music la quale, come era quasi lecito aspettarsi, prosegue sulle orme di Foreword, assumendo le sembianze di un'appendice a quel lavoro, soprattutto su The Drum e sulla title-track.



venerdì 14 luglio 2017

Lambhorn - Cascade (2017)


Quando il marzo scorso i Lambhorn hanno anticipato la title-track e prima traccia di quello che sarebbe divenuto il loro esordio discografico, questa mi ha immediatamente colpito. Diciamo che Cascade è stato il brano che mi ha introdotto al quartetto di Bristol formato da Chris Lambourne e Nathan Long alle chitarre, Ben Holyoake al basso e Oli Cocup alla batteria, scoprendo che all'attivo avevano solo un EP di tre tracce uscito nel 2014. Quindi questo full length rappresenta a tutti gli effetti la prima prova importante dei Lambhorn, affrontata con invidiabile maturità a partire dalla multiforme title-track, in cui ogni movimento contenuto nei suoi dieci minuti offre un'emozione diversa.

Per l'appunto è da poco stato pubblicato il libro Fearless: The Making Of Post-Rock di Jeanette Leech dove nell'introduzione ci vengono ricordate le parole del critico Simon Reynolds, colui che storicamente coniò il termine "post rock", quando nel 1994 delineò le caratteristiche di un genere che ambiva ad "usare una strumentazione rock per scopi non-rock, usare le chitarre come agevolatrici di consistenza e timbrica piuttosto che come riff e power chords". Nelle loro soffici stratificazioni musicali i Lambhorn fanno proprio questo: Cascade ci trasporta in una zona onirica, raccontando in veste strumentale la sorte di un uomo disperso in mezzo all'oceano e la sua lotta per trovare una via d'uscita dal deserto d'acqua e mettere in salvo così la propria vita. Un concept album quindi, ma senza testi o parole che ci descrivano cosa avviene, le sensazioni individuali sono affidate esclusivamente alle tessiture post rock del gruppo, mentre la sorte del protagonista viene lasciata alla nostra interpretazione.

I paesaggi sonori di Spindrifts e Sapphire Springs raramente si inerpicano su territori aggressivi o distorti, preferendo impasti chitarristici sognanti al limite dell'ambient e della new age, fino a certificarsi come "dream progressive rock" nelle avvolgenti spirali vagamente orientali di Deeper che abbracciano un minimalismo molto armonico nella sua costruzione. I brani più estesi, Without Waves e The Great Below, attraversano invece passaggi maggiormente compositi di psichedelia, shoegaze e space rock. Tra armonici, riverberi immaginifici e distorsioni elettriche, Cascade imbocca una via più morbida e sommessa rispetto ai colleghi a cui piace alzare il volume dell'amplificatore ed è sicuramente da conservare come una delle migliori uscite post rock del 2017.


giovedì 13 luglio 2017

Picturesque - Back to Beautiful (2017)


Due anni fa il quartetto Picturesque si era presentato con l'EP Monstrous Things pubblicato tramite Equal Vision Records. Adesso, sempre sotto quell'etichetta, esordiscono con il full length Back to Beautiful che, come stile, rimane un'estensione che approfondisce quanto anticipato da quell'EP, recuperandone infatti tutte e sei le tracce. Oltre che una perfetta sintesi dei gruppi tenuti in scuderia dalla Equal Vision, Back to Beautiful è un prodotto che va ad inserirsi nella scena contemporanea post hardcore americana ormai ricca di nomi, come Amarionette, Stolas e molti altri, cresciuta e affollata al pari di quella dei nuovi talenti chitarristici fusion djent. Le canzoni rimangono concepite per una durata essenziale e con delle strutture piuttosto convenzionali, ma in particolare sono le tessiture strumentali dei due chitarristi Zach Williamson, Dylan Forrester e del bassista Jordan MGreenway a creare tensione, facendo leva sul mettere in risalto la voce acuta di Kyle Hollis (del quale in giro si leggono lodi alla sua prodigiosa estensione vocale) e creando un mix melodico tra l'hardcore emo dei Circa Survive e le sezioni più aggressive vicine allo screamo dei Saosin.



www.picturesqueband.com

domenica 9 luglio 2017

Discipline - Captives Of The Wine Dark Sea (2017)


Dopo un lungo periodo di pausa i Discipline erano tornati sulla scena progressive rock nel 2011 con l'album To Shatter All Accord. Nel frattempo il loro leader Matthew Parmenter ha continuato un'apprezzata carriera solista che lo ha portato a pubblicare lo scorso anno All Our Yesterdays. Captives Of The Wine Dark Sea segna il quarto capitolo in studio della band di Detroit e questa volta ci sono abbastanza novità per chi già conosce il gruppo. L'album esce sotto l'egida della Laser's Edge ed è il primo a non essere pubblicato tramite l'etichetta personale dei Discipline (la Strungout Records) che ha accompagnato tutte le loro uscite, in più alla chitarra abbiamo Chris Herin dei Tiles al posto del membro storico Jon Preston Bouda. La presenza di Herin deve aver portato anche al contatto con lo noto produttore dei Rush, Terry Brown, che ha già collaborato con i Tiles in passato. Il 2017 si appresta inoltre ad essere un anno importante per i Discipline in quanto, dopo anni di attività, si esibiranno per la prima volta in Italia sabato 2 settembre al festival prog di Veruno. Mentre il giorno prima, il 31 agosto, vedrà l'esibizione in solitaria di Matthew Parmenter a Roma presso l'Auditorium Lo Sciamano Music School.

Infine, arriviamo alla parte più importante che riguarda il contenuto di Captives Of The Wine Dark Sea: se To Shatter All Accord, come avevamo detto nella recensione, riprendeva qualche brano del passato rimasto nei cassetti per dargli una pubblicazione ufficiale, Captives Of The Wine Dark Sea segna un capitolo veramente nuovo ed inedito per i Discipline, dato che qui sono contenuti pezzi nuovi di zecca. Anche la struttura e l'indirizzo musicale dell'album cambiano di conseguneza, lasciando marginalmente la preponderante influenza dei Van der Graaf Generator, ad eccezione della notevole The Body Yearns, la quale, insieme alla lunga traccia di chiusura Burn the Fire Upon the Rocks, rappresentano una cornice di pièce de résistance a largo respiro che racchiude tra i propri confini una collezione di pezzi dalla durata e ambizione più contenuta. Certo, lo spirito del nume tutelare di Parmenter è ancora Peter Hammill nei riff sinistri (ma che ti si stampano in testa) di Life Imitates Art, comunque il resto dell'album si distacca abbastanza da tali canoni, riallacciandosi invece ad una certa vena più diretta che era propria di alcuni episodi dell'esordio Push and Profit del 1993, soprattutto nella ballad Love Songs e nel rock standard di Here There is No Soul. Stupisce poi la presenza di addirittura due numeri strumentali come S e The Roaring Game: la prima drammatica e marziale con un incedere reiterato alla King Crimson, la seconda (molto meglio) sembra quasi far parte di qualcosa di più grandioso, ma è comunque un ottimo ritorno alle arie dark prog dei Discipline. Captives Of The Wine Dark Sea si può definire quindi un album con due anime, dove sicuramente ad uscirne vincente è quella progressiva.

 

martedì 4 luglio 2017

Twin Pyramid Complex - Jinx Equilibria (2017)


Nelle scoperte di altprogcore dello scorso ottobre avevo segnalato il gruppo svedese Twin Pyramid Complex che si presentava con un singolo (Cataracts), un demo e la promessa dell'arrivo di un album imminente. Bene, il 21 giugno è uscito il loro esordio dal titolo Jinx Equilibria ed è una delle opere più strane, fuori dagli schemi e coraggiose che abbia ascoltato ultimamente. L'accostamento musicale più vicino che verrebbe in mente è quello con i The Mars Volta (con un briciolo di The Season Standard) anche se qui si viaggia su latitudini ancora più folli ed estreme. Detta così sembra un'assurdità (come si fa ad essere più estremi dei The Mars Volta?), ma basta un semplice trucco per chiarire la posizione dei Twin Pyramid Complex. Fate mente locale e pensate alle varie fasi attraversate dalla discografia della band di Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-Lopez e, se provate a chiedervi a quale di queste potrebbero avvicinarsi di più stilisticamente, la risposta sarà: tutte insieme contemporaneamente.

Sin dalla cacofonia che apre Dogma Taxidermi i Twin Pyramid Complex si gettano in un caos organizzato che travolge come un'onda in piena e non arresta la sua tensione per la sua intera durata. Tesseractal Macro: Infinity's Culprit si confronta con tutto questo e anche di più: le stratificazioni sonore hanno un ché di vertiginoso inframmezzate da passaggi di puro rumore e astrazioni sperimentali. Nei momenti più concitati i cinque musicisti, che sono Lowe Marklund (voce, chitarra, basso, synth), Vladimir Skripnik (batteria), Maximilian Paaso (synth), Gi Monki (basso), Karl Westerlund (chitarra), sembrano un'orchestra avant-garde tra sintetizzatori prog, chitarre post punk e ritmiche math rock. Nei vari frammenti delle due parti di The Workhorse, che si uniscono formando un'unica suite, pare prendere forma la mitologia apocalittica marsvoltiana.

Ogni brano è un vero e proprio tortuoso tour de force, dipanandosi in durate estese e con molteplici e disorientanti cambi di tema, costantemente all'insegna del non rendere facile l'ascolto. Se Verisimilitude si spinge ai limiti della saturazione sonora, Apsis tenta di mettere ordine al tumultuoso sound con interventi acustici e trame quasi lineari che nella seconda parte si deteriorano tornando al progressive free form. Come una sfida anche i più contenuti Cyclisk e Night of a Billion Vesper non fanno sconti, gestendo una serie di labirintici anfratti sonori. Se la complessità della musica da sola non bastasse, a renderla ancora più schizzata ci pensa la voce di Marklund, tra psicotici falsetti e acuti. Quella dei Twin Pyramid Complex è una ricerca su piani sonori multipli che scavano ai limiti del post prog e pretendono dal fruitore una completa disponibilità a seguirli nelle varie diramazioni che si susseguono in un viaggio tutt'altro che semplice. Se si riesce a venir fuori da questo labirinto che è Jinx Equilibria ci si può sentire appagati proprio perché è come se i Twin Pyramid Complex ci ponessero sul loro stesso piano: un prodotto creato da musicisti preparati per ascoltatori preparati.



lunedì 3 luglio 2017

Möbius Strip - Möbius Strip (2017)


I quattro giovani musicisti provenienti da Sora, Lorenzo Cellupica (tastiere e piano), Nico Fabrizi (sassofono e flauto), Eros Capoccitti (basso) e Davide Rufo (batteria), si sono presentati qualche mese fa nella scena musicale con il nome di Möbius Strip e un disco d'esordio omonimo pubblicato dalla storica etichetta francese Musea Records, una garanzia per quanto riguarda il progressive rock. Anche se la sorpresa è che questa volta non si tratta propriamente di una band con derivazioni sinfoniche, ma il quartetto si dedica ad un più sofisticato jazz rock che si è conquistato già l'attenzione di siti internazionali come All About Jazz e ProGGnosis.

Le composizioni, tutte a firma di Cellupica, rimangono comunque collegate alla sfera del progressive rock grazie a quell'ispirazione canterburyana che fa capolino nell'album e, più precisamente, si possono percepire a tratti atmosfere affini a Soft Machine, Hatfield and the North e Gilgamesh presenti soprattutto nell'andamento del brano di apertura Bloo, abbellito con pregevoli passaggi di piano elettrico (in alternativa Cellupica utilizza molto spesso quello acustico). Ma Möbius Strip non ne ricalca la formula e non ci sono fortunatamente richiami ben precisi a questi gruppi, solo sensazioni che il quartetto rivela in una miscela e in un approccio fusion senza addentrarsi necessariamente in meandri cervellotici o atonali.

Per fare un esempio: le note cristalline di Déjà Vu si avventurano in un circolo melodico guidato dagli accordi di piano e un sassofono che imbocca arie cantabili, quasi in antitesi con la pratica autoindulgente delle improvvisazioni. Anche quando si affacciano momenti solisti il quartetto tiene a mantenere una generale impostazione che non si allontana da schemi armonici, in una parola un jazz molto accessibile e di piacevole ascolto. Una fluidità di arrangiamento che ritroviamo nel tema iberico che domina Andalusia o nel prog jazz americano anni '70 che viene a galla su First Impressions. La title-track - che dà il nome al gruppo - prova ad addentrarsi in spiragli progressive più accentuati, iniziando con ritmiche dal sapore sudamericano e poi tornando a legami fusion che danno uno spazio solista ad ogni membro, evitando le trappole dell'autocompiacimento. Möbius Strip è un album che sente il bisogno di ricercare quei binari immaginifici del rock jazz canterburyano, cogliendone gli aspetti più gentili e meno spigolosi.


mercoledì 28 giugno 2017

Three Trapped Tigers live @ Audiotree


Gli inglesi Three Trapped Tigers stanno attualmente concludendo un tour negli Stati Uniti di supporto a Deftones e Thrice e lo scorso 9 giugno hanno approfittato di questa trasferta per fare visita agli studi Audiotree di Chicago in modo da registrare una delle loro session dal vivo. La performance viene pubblicata adesso nei vari canali streaming ed è forse inutile che vi dica che la visione e l'ascolto non solo sono consigliati, ma sono assolutamente da non perdere. Incredibilmente, tra i cinque brani presentati, la band ha deciso di escludere il materiale dell'ultimo album Silent Earthling e di offrire invece una selezione dai precedenti Route One or Die e Numbers: 1-13, rivitalizzandola con un'energia pazzesca.




martedì 27 giugno 2017

Alpha Male Tea Party - Health (2017)


Se esiste uno spazio vacante tra il prog math hardcore dei The Physics House Band e quello degli Strawberry Girls, allora ad occuparlo sono sicuramente gli Alpha Male Tea Party. Nati come un progetto solista del chitarrista Tom Peters, si è ben presto evoluto e trasformato in un power trio con l'ingresso di Greg Chapman alla batteria e Ben Griffiths al basso. Health è il terzo album della loro carriera ed arriva dopo che Droids (2014) li ha fatti conoscere e apprezzare al mondo del math rock.

Lo stile degli Alpha Male Tea Party è irruento e rumoroso con suoni pesanti come macigni, non diciamo a livello di durezza, ma piuttosto nell'impatto d'insieme del volume sonoro. Alternando riff massicci e matematici con groove graniticamente geometrici, il suono distorto della chitarra passa da un normale registro elettrico ad un altro stridulo ed elettronico con naturalezza, mentre la sezione ritmica gestisce e rafforza i bombardamenti sonici. Non c'è da dubitare che con tali premesse gli Alpha Male Tea Party abbiano trovato un proprio sound riconoscibile, anche se a lungo andare spingono un po' troppo sugli stessi espedienti per sviluppare un brano con il risultato di far apparire l'album un coagulo di idee abbastanza somiglianti. Piuttosto bene invece fa l'opener Have You Ever Seen Milk che, a differenza degli altri brani, si pone come una lenta edificazione di umori in crescendo e improvvise detonazioni.

A partire dalle complesse giravolte mathcore della seconda traccia Ballerina, Health stordisce e disorienta per l'incessante assalto sonoro, quello che di pregevole affiora da brani come The Museum Walking, Carpet Diem e I Still Live at Home non è però un'aggressività brutale e fine a sé stessa, ma tutt'altro. Gli Alpha Male Tea Party tirano fuori temi melodici, divertenti e dalla forte carica futurista. Così, se la proposta proveniente da band di progressive hardcore talvolta vira verso una complessità oppressiva e dai toni oscuri, Health ha da offrire anche spiragli di sole tra le pieghe di Nobody Had The Heart To Tell Him He Was On Fire o Some Soldiers. Nonostante qualche pecca, la terza prova del trio segna comunque un'evoluzione rispetto a Droids, grazie ad una scrittura leggermente più versatile e strutturata che li guida verso una maggiore consapevolezza dei propri mezzi.




domenica 25 giugno 2017

DEELAY - Deelay (2017)


DEELAY è il nome con il quale si presenta l'unione dei tre musicisti romani Dario Esposito (batteria), Federico Procopio (chitarra) e Roberto Lo Monaco (basso) ed è anche il titolo del loro primo album appena pubblicato dall'etichetta milanese AMS Records. Anche se parliamo di un esordio discografico il trio ha alle spalle varie collaborazioni ed esperienze in veste di session man nell'ambiente progressivo e pop italiano, esperienze che sono confluite nelle composizioni qui contenute e scaturite da un lavoro in cooperazione.

Quello che propongono i DEELAY è un interessante ibrido di post rock, fusion e progressive dove ognuno di questi ingredienti viene equamente dosato fino ad offuscare la linea che li separa e in modo da non poter ascrivere pienamente il gruppo in uno di questi generi. Vengono toccate varie corde stilistiche in modo personale ed originale che potrebbero attrarre anche i meno inclini a questo tipo di musica, un fattore che sicuramente vale come un risultato da tenere in considerazione.

Deelay rappresenta una sorta di confine ideale dove perdersi tra le trame strumentali di mondi musicali differenti che comunque collimano nelle visione comune di Esposito, Lo Monaco e Procopio, creando suggestivi paesaggi sonori che assumono varie forme con la chitarra e il basso che si scambiano ruoli solisti, mentre la batteria si preoccupa di orchestrare le ritmiche con tocchi delicati e mai invadenti. Nel flusso dei brani i DEELAY sanno ben amalgamare atmosfere contrastanti tra cornici di riverberi ambient, tocchi minimali, sprazzi di elettronica e improvvisazioni solistiche le quali talvolta animano uno spirito più prettamente rock, elementi presentati già nell'incipit con l'eterea Opening.

In generale prevalgono toni notturni e pacati descritti musicalmente in maniera efficace e suggestiva attraverso la title-track e Man Tra, ma a fare da protagonista è una dualità (richiamata anche dal titolo della terza traccia) che si ritrova nei groove elettronici di Astral Projection e Apocalypse in Three Steps, andando a confluire in aperture fusion sempre caratterizzate da spezie psichedeliche, le quali rimangono la costante più evidente di tutte le otto tracce. Nei momenti più distorti, infatti, come in Awaken, Rough Landing e nei pattern blues di Duality, i DEELAY non perdono mai quel tocco onirico che ricopre la cifra stilistica dell'album. Una boccata d'aria fresca post rock, in un genere ultimamente troppe volte uguale a sé stesso.

domenica 18 giugno 2017

Elder - Reflections of a Floating World (2017)


Partiti come una heavy stoner band, gli americani Elder hanno dato dimostrazione di una notevole evoluzione del proprio sound nell’arco di soli tre album, arrivando nel 2015 a quella pietra grezza di psichedelia e doom che fu Lore, lavoro apprezzatissimo da pubblico e critica. Possibile fare di meglio per superare quella prova? Il nuovo Reflections Of A Floating World equivale ad un’affermazione positiva senza compromessi a tale quesito. Gli Elder crescono ancora e lo fanno su vari fronti: prima di tutto allargando la propria line-up che da power trio diviene quintetto (con l'aggiunta Michael Risberg alla seconda chitarra e Michael Samos alla pedal steel) e poi, di conseguenza, raffinando il proprio sound attraverso l’aggiunta strumenti che donano più corpo e struttura al già poderoso muro sonoro creato.

I brani mantengono una durata elevata ma, nonostante questo, il fluire degli stessi non risulta mai pesante. Non si pensi ad un parallelo con il prog metal, poiché qui non si trovano suite multi-tematiche, ma delle lunghe jam che si dipanano tra interscambi di riff heavy metal, assoli lisergici, e arpeggi elettrici, dove gli Elder sanno come mantenere desta l’attenzione con un controllo encomiabile delle dinamiche e delle variazioni. Soprattutto Nicholas DiSalvo e compagni si dimostrano abili manipolatori di un genere che ha esplorato e abusato in ogni declinazione le possibilità della sei corde nel tessere stratificazioni elettriche, mettendo sul piatto idee ancora fresche e mai monotone. Inoltre, al di là della potenza delle chitarre, quello che stupisce è l’uso attento e oculato di Mellotron e Fender Rhodes, interventi mai così pertinenti neanche in un album di prog sinfonico contemporaneo. La coda finale da brividi di The Falling Veil, sospesa tra King Crimson e Motorpsycho, acquisisce prestigio proprio grazie all’aggiunta unificante del Mellotron, ma tutta la sua cavalcata sfiora l’epica mitologica zeppeliniana di un pezzo come Achilles Last Stand.

Tra i lunghi vortici di Blind e Thousand Hands c’è anche lo spazio per la digressione strumentale quasi floydiana di Sonntag che, nella sua staticità post rock, spezza la tensione di un album monolitico dall’inizio alla fine. La riuscita di un lavoro come Reflections Of A Floating World la si può cogliere in una semplice constatazione: se prima gli Elder potevano essere riconosciuti come una nuova promessa circoscritta ad una nicchia metal e stoner rock, adesso, mantenendo comunque quel retaggio, certificano la propria grandezza avvicinandosi sempre di più al progressive e alla psichedelia. Un ampliamento dei propri orizzonti che permetterà loro di accogliere nuovi adepti.

venerdì 9 giugno 2017

Bent Knee - Land Animal (2017)


In un mondo dove i tempi tra una pubblicazione discografica e l'altra si dilatano è bello ritrovare i Bent Knee che tornano ad un solo un anno di distanza dall'ultimo lavoro Say So. E proprio durante il tour europeo dell'estate scorsa, passato fortunatamente anche da Milano, il gruppo aveva presentato a sorpresa una buona parte dei brani contenuti su Land Animal, in uscita il 23 giugno per l'etichetta InsideOut. Già, perché c'è anche questa di novità: i Bent Knee hanno lasciato la Cuneiform e sono approdati all'etichetta progressive rock per antonomasia.

I nuovi pezzi suonati dal vivo nella tappa milanese, ad un primo impatto, avevano dato l'impressione di essere ancor più avventurosi e velleitari rispetto al materiale di Say So e adesso ne possiamo testare la bontà su disco. Land Animal appare in superficie come una facciata che attenua le asperità più avant-garde del suo predecessore, ma scavando a fondo si percepisce come il gruppo stia ancora cercando di perfezionare quel giusto equilibrio tra prog rock e pop intellettuale con il costante ricorso a deviazioni dalla normale formula canzone. Ma la peculiarità non è da individuare nella struttura, bensì delle trame degli arrangiamenti. L'esperimento si avvia con Terror Bird, che si preoccupa di creare una tensione di dinamiche tra piano/forte piuttosto che un vera e propria cadenza condivisa da strofa/ritornello. Per poi proseguire tra riff di chitarra obliqui sovrapposti a temi orientali con Hole e quelli funky di Holy Ghost le quali creano un bizzarro mix di rock teatrale, amplificato dai beat di Gavin Wallace-Ailsworth (batteria) e Jessica Kion (basso) che rendono le ritmiche frizzanti rimarcandole come fossero segni d'interpunzione grammaticale insieme alle pennate della chitarra di Ben Levin.

In qualche modo il gruppo si piega alla direzione del violino di Chris Baum, il quale molto spesso viene accompagnato da una sezione di archi nei cui contrappunti si ineriscono anche gli altri strumenti. Direi che se in passato si è giustamente puntato il riflettore sulle doti canore di Courtney Swain, forse mettendo un po' in ombra gli altri membri della band, in questo caso è bene ricordare l'importanza e la coesione che i Bent Knee riescono a creare a livello strumentale. Ad esempio nello spingere un pezzo come Time Deer in varie direzioni stilistiche pur rimanendo nei confini di una forma tradizionale preimpostata inizialmente oppure, di contro, nel lungo fluttuante finale con Boxes, che porta l'album ad un lento spegnimento tra tappeti ambient e i soli colpi della batteria, che ci fa apprezzare il sound design di Vince Welch.

La parte centrale dell'album che comprende il trittico Inside In, These Hands e la title-track è forse la più emozionante di tutto il lavoro, in quanto ci regala un ampio squarcio di umori e sfumature che vanno in crescendo: dalla dimessa calma apparente della prima che si ricollega idealmente delicate note della seconda, per infine sfociare nelle sbilenche e altalenanti pulsazioni intermittenti della terza. C'è una sottile linea che lega questi brani nei quali viene racchiuso l'universo musicale eterogeneo dei Bent Knee, saltando da carezzevoli armonie orchestrali da colonna sonora ai tocchi stravaganti e melodrammatici che convivono in uno stesso pezzo. Ma quello che è veramente rimarchevole, oltre alla stesura, è l'interpretazione fondata sulla sottrazione anziché sull'ostentazione, ma più in generale su impalcature così precarie che basterebbe il minimo errore per far crollare tutto.



 
www.bentkneemusic.com

venerdì 2 giugno 2017

Eidola - To Speak, to Listen (2017)


Un fenomeno che non di rado capita tra le band di experimental hardcore più estreme è quello di lasciare per strada le harsh vocals e dedicarsi completamente ad un cantato clean, rischiando di tradire le proprie radici e i vecchi fan per ingraziarsi un pubblico più vasto (esempi recenti contano Tesseract, Stolas e A Lot Like Birds). Sinceramente non avevo mai assistito al processo inverso come accaduto adesso con gli Eidola. E' vero che l'elemento harsh non era del tutto esente nei due album precedenti, ma assumeva un ruolo più che marginale. Il nuovo album To Speak, To Listen, lavoro che completa una trilogia concept, invece stupisce per quanto spinge su tale aspetto (Primitive Economics è radicale in questo).

Gli Eidola sono cresciuti immensamente a livello strumentale e riportano in vita quell'hardcore progressivo di fine anni Zero che vedeva spuntare band come funghi (Closure in Moscow, Children of Nova, Emarosa e Tides of Man), riassumendone i connotati però elevandolo ad una nuova dimensione sperimentale. Ma se da una parte elaborano delle trame armoniche veramente sorprendenti e complesse, dall'altra i momenti harsh vocals che colpiscono all'improvviso sembrano talvolta fuori contesto. Partiamo quindi dalle note negative: qui non siamo dalle parti dei Car Bomb dove tutto è perfettamente in linea con l'atmosfera e lo sviluppo di un equilibrio che deve essere spezzato. Gli Eidola arrivano invece da Degeneraterra che si presentava con una forte personalità nei confronti di un experimental hardcore melodico. Con quel disco la band aveva disegnato i contorni di uno stile che funzionava perfettamente e che ora su To Speak, to Listen viene sbaffato da un nuovo elemento. Penso che dei pezzi come le due parti di Trascendentium e Sir Vishnu Yantra, ripuliti da certi vezzi metalcore, avrebbero potuto essere veri capolavori e degni prosecutori di The Great Deception Of Marquis Marchosias, Contra: Second Temple e To Know What's Real.

Passando alle note positive: fortunatamente rimane qualcosa (molto) che raccoglie quell'eredità e che rimane incastonato nelle note di Querents, Loti e Dendrochronology, pezzi dal respiro epico e gigantesco, in continua evoluzione nelle spiazzanti continue deviazioni e tensione strumentale. Infatti un plauso particolare va tributato al batterista Matthew Hansen che spinge il suo strumento ai limiti e alle chitarre di Brandon Bascom e Matthew Domme le quali pennellano con la stessa intensità acquarelli psichedelici ed eterei e compositi quadri math hardcore. L'inventiva e l'interazione tra le loro parti, come su Amplissimus Machina, è così ben oliata da lasciare sbalorditi. In fin dei conti l'idea musicale degli Eidola rimane imponente e To Speak, to Listen è un'opera che ne segna l'ambizione.


giovedì 25 maggio 2017

Introducing Coco Columbia


Dando un'occhiata alla pagina web ufficiale di Coco Columbia ci si accorge, osservando estratti da riviste che ne lodano il talento e concerti live ristretti ad una regione, di quanto questa giovane cantautrice non sia ancora molto nota oltre i confini dell'Oregon e della sua città natale Portland. La signorina è infatti, oltre che cantante, tastierista e soprattutto batterista, e possiede un gusto innato per i pattern ritmici più ricercati e stravaganti, basta ascoltare cosa ha fatto con la cover di Kate Bush Running Up That Hill, contenuta nel suo secondo album When the Birds Begin to Walk pubblicato lo scorso anno.

Comunque, partendo dall'inizio, Coco Columbia comincia a mettere in pratica i suoi studi musicali jazz con l'esordio The Weight realizzato nel 2014 grazie ad una campagna Kickstarter e quasi immediatamente organizza intorno a sé una band in modo da poter suonare dal vivo i suoi pezzi. Lo stile di Coco Columbia è un insolito art pop che si arricchisce di spezie soul e jazz le quali rendono le armonie imprevedibili in un connubio molto simile a ciò che produrrebbero Prince e Kate Bush se solo si fossero incontrati. When the Birds Begin to Walk, oltre ad essere stato eletto album jazz dell'anno 2016 dalla stampa locale, è un'opera assolutamente pregevole piena di deviazioni ritmiche articolate e intermezzi chitarristici prog costantemente in bilico tra elettronica funk e jazz rock. 





PS. E comunque una che ti suona la batteria vestita da principessa Mononoke non può che essere automaticamente cool.



www.cococolumbia.com

giovedì 18 maggio 2017

Arch Echo - Arch Echo (2017)


Il chitarrista Adam Rafowitz, il tastierista Joey Izzo e il bassista Joe Calderone della band Sound Struggle hanno creato il sideproject Arch Echo e tirato fuori dal cilindro una pregevolissima prima prova dalle fattezze progressive/fusion/djent strumentale che pare una versione di Plini sotto steroidi. Il gruppo al completo comprende l'altro chitarrista Adam Bentley (studente del Berklee College of Music e proveniente dalla band Without Walls di base a Boston) e il batterista Richie Martinez.

L'album Arch Echo, pubblicato oggi, sembra una macchina del tempo che attraversa tutti gli stadi della fusion progressiva del passato fino ad arrivare al presente (nel quale si inserisce benissimo), partendo dagli anni '80 con i synth vintage di Izzo, mentre le chitarre aggiungono sprazzi anni '90 mutuati dal sound Vai/Satriani e allo stesso tempo irrompono in frammenti di djent aggressivo. Il bello è che in questo vortice, ogni tassello, ogni cambio di registro nelle veloci manovre strumentali è una vera e propria goduria sensoriale per chi apprezza la scuola dei nuovi fenomeni djent fusion come Plini, Sithu Aye, Owane e anche il recente progetto Nova Collective. La forza del quintetto Arch Echo è infatti calare il tutto in una veste in continuo movimento, molto enfatica e assolutamente mozzafiato. La scena satura in tale ambiente è ormai arrivata ad un punto in cui gli sforzi delle nuove leve per risultare originali ottengono molto spesso l'effetto opposto di sembrare solo ripetitivi. Al contrario, gli Arch Echo mi pare abbiano prodotto un album di indubbio fascino.



mercoledì 17 maggio 2017

tricot - 3 (2017)


Arrivate al terzo album le tricot sono riuscite a fare il grande salto che porterà finalmente la loro musica oltre i confini del Giappone. O meglio, le tre ragazze di Kyoto c'erano già riuscite con una serie di concerti, EP e con i due album (T H E e A N D), assicurandosi la fedeltà di molti fan dediti sia al math rock che al J-pop. Sì, perché le canzoni delle tricot sono così irresistibili, ma allo stesso tempo funamboliche, da catturare immediatamente l'attenzione, solo che fino ad ora i loro dischi erano leggermente difficoltosi da reperire se non d'importazione (almeno in forma fisica). Adesso invce, grazie all'interessamento delle etichette Topshelf Records (per gli USA) e Big Scary Monsters (per l'Europa), il nuovo album delle tricot, intitolato semplicemente 3, è pronto per sbarcare in tutto il mondo.

Come biglietto da visita per chi ancora non conosce le trictot, 3 è quanto di meglio si possa chiedere. Recuperando i singoli Pork Ginger e Setsuyakuka, pubblicati già in passato, l'album si muove nei consueti ambiti math rock grazie a ritmiche e accordi tra il funky e il jazz, ma questa volta aumentano la componente punk pop in modo da costruire ritornelli trascinanti anche grazie all'ausilio di polifonie vocali ben dosate, una pratica che tocca il vertice nei coretti di Namu e di 18,19. Dall'irruzione di apertura con Tokyo Vampire Hotel alle brillanti arie simil disco di Yosoiki, le tricot alternano ritmiche lineari che improvvisamente si spezzano in tempi dispari o in veloci sincopati hardcore, costantemente tenute insieme da un invidiabile senso per la melodia. Persino quando le atmosfere si fanno più rarefatte, come su Sukima e su Munasawagi, le chitarre non di tessere trame intrecciate, mantenendo viva una certa tensione. Rispetto ai due album precedenti 3 si concentra sull'essenzialità, sostituendo le deviazioni prog con un uso più prominente di dinamiche quiet/loud, viene così mostrato un lato che ben sintetizza quanto le tricot abbaino da offrire sia in ambito math rock sia in ambito pop rock, incoronandole maestre del crossover tra queste due discipline.






martedì 16 maggio 2017

Bryan & the Aardvarks - Sounds From The Deep Field (2017)


Una volta Robert Wyatt disse a proposito di Phil Miller: "Phil è l'unico chitarrista che non mi fa girare le palle". Chissà se Wyatt adesso ascoltasse i Bryan & the Aardvarks gradirebbe le escursioni chitarristiche jazz di Jesse Lewis presenti su Sounds From The Deep Field, in qualche modo così simili a quelle che Miller proiettava pacatamente ma con decisione negli album di Matching Mole e National Health.

Sounds From The Deep Field è fondamentalmente un disco jazz, ma anche così trasversalmente chamber pop da far risuonare il Canterbury Sound nei ricordi di ogni appassionato (Strange New Planet su tutte), aggiungendo negli aspetti fusion anche qualcosa del lirismo del Pat Metheny più orchestrale (Bright Shimmering Lights, Soon I'll Be Leaving This World). Il gruppo che dà vita a questa magia si chiama Bryan & the Aardvarks ed è stato assemblato dal contrabbassista texano, ma residante a New York, Bryan Copeland, che insieme a Chris Dingman (vibrafono), Fabian Almazan (piano) e Joe Nero (batteria) aveva già realizzato nel 2011 Heroes of Make Believe e adesso amplia la formazione con l'ingresso di Lewis, appunto, e della cantante e chitarrista Camila Meza (attiva anche come solista) che con i suoi vocalizzi all'unisono con la chitarra di Lewis richiama inevitabilmente le Northettes degli Hatfield and the North (Supernova).

Le dieci tracce contenute all'interno di Sounds From The Deep Field hanno come ispirazione il campo profondo di Hubble (Hubble Deep Field), unite quindi in una sorta di concept sull'universo che sarebbe perfetto per un album a sfondo psichedelico o space rock. Ma il disco si muove in delicati campi di post bop melodico, aggraziato per la maggior parte dal tocco delicato del vibrafono e da quello armonico del piano, ma che sa anche farsi strada in momenti solisti più ricercati e avant-garde.


venerdì 12 maggio 2017

Bubblemath - Edit Peptide (2017)


No, i Bubblemath, anche se forse molti di voi non li avranno mai sentiti nominare, non sono degli esordienti. Quindici anni or sono debuttarono con il sorprendente Such Fine Particles of the Universe, un'opera prima che non mancò di destare sorpresa nei sotterranei della comunità progressive rock per una verve camaleontica, anticonvenzionale e iconoclasta. Da quel momento i fan attesero invano una seconda prova che il gruppo aveva già confermato e annunciato ma che, con il passare degli anni, era diventata una vera e propria chimera. La questione non era SE sarebbe stata realizzata ma QUANDO, poiché i Bubblemath, nonostante aggiornamenti dosati con il contagocce, non hanno mai fatto intendere di voler gettare la spugna. Per giustificare un tale gap temporale, la band ha parlato di una serie di sfortunati eventi: inconvenienti tecnici, problemi familiari e logistici, persino ritrovarsi anche solo poche ore alla settimana per provare il materiale era diventato difficoltoso testimoniando, loro malgrado, quanto sia complicato realizzare un album se il fare musica non è il tuo income primario. In effetti, ascoltando il risultato contenuto su Edit Peptide (titolo palindromo nello spirito goliardico/scientifico tipico del gruppo), non solo registrare e assemblare ogni brano avrà sicuramente impegnato un considerevole lasso di tempo, ma mixare e editare una bestia del genere deve essere stato un incubo.

Non c'è niente nel panorama odierno che assomigli anche vagamente ai Bubblemath, il loro frenetico taglia e cuci potrebbe trovare forse un parallelismo nel Mike Keneally dei tempi andati, ma i suoni orditi da Blake Albinson (chitarra, tastiere, sax tenore, voce), Jay Burritt (basso, voce), Kai Esbensen (tastiere, voce), James Flagg (batteria, voce), Jonathan G. Smith (chitarra, voce, flauto, clarinetto, percussioni, gong, glockenspiel, xilofono, dulcimer, mandolino, banjo) sono assolutamente unici. I costanti e convulsi cambi di traiettoria seguono di pari passo le liriche ancora una volta intrise di ironia e giochi di parole, come a voler smentire chi sostiene che il progressive rock è una musica che si prende troppo sul serio. Se tali premesse vi suggeriscono di scomodare anche il fantasma di Frank Zappa non siete poi tanto lontani dall'immaginarvi il maelstrom musicale che sono capaci di produrre questi cinque folli di Minneapolis.

In definitiva, la lunga incubazione a cui è stato sottoposto Edit Peptide (in uscita il 26 maggio per la Cuneiform Records) non ne ha intaccato la freschezza e anzi, arriva in un momento in cui, paradossalmente, il math rock progressivo gode di una popolarità underground piuttosto consistente. Di fronte a tutta questa scena Edit Peptide si pone come un gigante in grado di spazzare via qualsiasi concorrente e i Bubblemath si piazzano a loro volta avanti anni luce a chiunque "ora e in questo momento", figuriamoci se l'album fosse stato realizzato, che so, dieci anni fa. Edit Peptide è l'album math rock definitivo, un avant prog rock synthetico che arriva direttamente dal futuro.

Forse il gruppo ha voluto infrangere il record di cambi di tempo in un solo album o provare ad impallare qualsiasi metronomo ma, se pensavate che Such Fine Particles of the Universe fosse già di suo un lavoro complesso, dovrete preparavi ad ascoltare Edit Peptide mentre raccogliete la vostra mascella dal pavimento. Senza alcuna pietà i Bubblemath ci catapultano immediatamente nei dodici minuti di evoluzioni da capogiro di Routine Maintenance, accostando contrappunti dissonanti e ardite involuzioni armoniche. All'interno vi si trovano acrobazie disorientanti di botta e risposta tra strumenti e fusion cubista incline all'accumulo di deviazioni. Qui e in ogni brano quando un tema fa la sua ricomparsa non è mai stilisticamente uguale all'esposizione precedente. Su Destiny Repeats Itself, ad esempio, i Bubblemath mettono un'idea sul piatto, introducendola con una ritmica latinoamericana, che poi si divertono a smontare e rimontare attraverso incursioni fusion ed electro-prog.

Avoid That Eye Candy, per i loro canoni, è quasi accostabile ad una canzone pop prog con i suoi allegri passaggi funky e jazz. Questo è il massimo che la band può offrire in quanto a immediatezza ed infatti Perpetual Notion ci riporta su sentieri così musicalmente ingegnosi da procurare vertigini nel suo svolgersi a spirale. L'alto livello nell'abilità compositiva viene mantenuto tanto nelle atmosfere più melodiose di A Void That I Can Depart To e Get a Lawn, quanto in quelle più aggressive di The Sensual Con, fino a sembrare l'equivalente musicale di un cubo di Rubik manipolato a perdifiato o, al limite, un rompicapo tipo tangram. Inoltre, l'uso di strumenti insoliti tipo banjo e xilofono in un pezzo come Making Light of Traffic - plasmato similmente al flash rock degli Utopia di Todd Rundgren e a una versione post moderna della scuola di Canterbury - è imprevedibile e creativo tanto nell'alimentare la tensione melodica quanto nel dettare la ritmica.

Saltando repentinamente da un umore all'altro è comunque completamente inutile assegnare un'atmosfera ben precisa ai brani, ma la cosa più incredibile ascoltando Edit Peptide è che nelle sue continue evoluzioni non dà l'idea di toccare generi ben precisi come metal, jazz, classica, folk, ma fluttua in un universo a sé stante. Questa è musica che, molto semplicemente (o meglio, complicatamente), si spinge ai limiti nella frenetica ricerca di qualcosa di nuovo, in due parole: "progressive rock" nella sua accezione più compiuta.


domenica 7 maggio 2017

A Lot Like Birds - DIVISI (2017)


E' arrivato il momento di dare spazio su altprogcore agli A Lot Like Birds, una band che finora avevo solo menzionato di striscio, associandola ad altri act post hardcore come Dance Gavin Dance, Hail the Sun, Stolas, Sianvar. Quindi un po' di storia per chi ancora non è a conoscenza di questa band è quantomeno doverosa, in virtù di un'evoluzione piuttosto singolare: il primo album degli A Lot Like Birds, Plan B (2009), era composto da una formazione allargata, messa in piedi dal chitarrista Michael Franzino con tanto di fiati e archi che, per la maggior parte, collezionava brani strumentali con sporadici e selvaggi interventi vocali. La musica poteva richiamare in maniera abbastanza ingenua tanto il post rock quanto il math rock, entrambi rielaborati in modo da ricavarne un post hardcore sperimentale e orchestrale. Plan B poneva chiaramente in primo piano gli intenti ambiziosi degli A Lot Like Birds che, dopo questo lavoro, si stabilizzarono provvisoriamente come quintetto con Cory Lockwood (voce), Ben Wiacek (chitarra), Joseph Arrington (batteria) e Michael Littlefield (basso).

Non passò molto tempo però che il gruppo accolse tra le proprie fila anche Kurt Travis, cantante dei Dance Gavin Dance, il quale decise di separarsi da questi ultimi per entrare in pianta stabile negli A Lot Like Birds e condividere le parti vocali scream con Cory Lockwood. Conversation Piece (2011) e No Place, uscito nel 2013 per la Equal Vision Records, furono il risultato di tale sodalizio: due lavori capaci di accostare le più avvincenti melodie alle dissonanze più devastanti e aggressive, inquadrando la band tra le realtà più complesse ed estreme nel filone prog hardcore del dopo-Mars Volta. Per arrivare a DIVISI si è dovuti passare dall'abbandono di Littlefield, sostituito da Matt Coate, da un album buon solista di Franzino con lo pseudonimo di alone. dal titolo Somewhere in the Sierras e, infine, a ciò che ha segnato veramente il cambio di rotta stilistico del gruppo. Lavorando infatti al materiale per DIVISI è emerso, da parte degli A Lot Like Birds, la necessità innanzitutto di abbandonare le parti vocali più aggressive che Lockwood condivideva con Travis, alle quali quest'ultimo teneva particolarmente, facendogli quindi decidere di abbandonare i suoi compagni. Le seconde parti vocali sono state affidate a Coate, ma la scelta di basare la quasi totalità dell'album su clean vocals è stata talmente importante che Lockwood ha dovuto iniziare a prendere lezioni di canto, cavandosela piuttosto egregiamente, c'è da aggiungere.

Ma c'è un altro fattore che ai fan della prima ora farà risultare questa transizione a dir poco traumatica. L'album mette da parte completamente quella componente di hardcore sperimentale che faceva leva su violenti e repentini cambi di registro nell'atmosfera e animava gli imprevedibili assalti ritmici e canori. Nonostante ciò, a dire il vero, gli A Lot Like Birds si presentano con grande impatto già dall'artwork, grazie alla misteriosa presenza della bellissima e suggestiva cover ad opera del pittore Marco Mazzoni, ed inoltre scegliendo un titolo dal potente significato drammatico (almeno per noi italiani) che acquista un valore ancor più evocativo nella scelta dei caratteri in caps lock. Sommata a questi fattori la musica contenuta acquista maggior fascino, a riprova che un album molto spesso è una forma d'arte completa: visiva, musicale e letteraria.

DIVISI è un salto stilistico forse ancora più radicale rispetto a quello operato ultimamente, sempre nello stesso fronte, dagli Stolas e si pone quasi come una continuazione del progetto solista di Franzino, alone. Nelle note di For Shelley (Unheard), uno dei brani più riusciti, si ritrovano quelle impronte di alternative atmosferico e leggermente malinconico che portano a contaminare The Sound of Us e Trace the Lines con tracce di emo qua e là. In effetti il primo gruppo di canzoni è presentato in una veste sonica dalle dinamiche emozionali costruite appositamente per far presa sull'aspetto melodrammatico, anche se l'impresa è riuscita solo in parte poiché, escludendo la già citata For Shelley (Unheard) e Atoms in Evening, non c'è un chorus potente abbastanza da penetrare a fondo. Allora molto meglio il secondo blocco di canzoni, dove tali finalità non sono rilevanti alla riuscita del pezzo, ma gli A Lot Like Birds si concentrano piuttosto in una più equilibrata dimensione tra experimental hardcore e prog nella quale riemerge una visione d'insieme imponente che colloca l'accento sull'edificazione di arrangiamenti orchestrali (From Moon to Son) e finalmente dà il giusto e meritato risalto al lavoro ritmico di Arrington (Infinite Chances e No Attention for Solved Puzzles), alla ragnatela di basso funk di Coate (Further Below) e in generale alle parti incrociate delle chitarre di Franzino e Wiacek, che inoltre vengono affiancate a degenerazioni di electro-synth su Good Soil, Bad Seeds.

Non essendo mai stato un fan della ormai vecchia versione degli A Lot Like Birds proprio a causa delle harsh vocals, ho trovato in DIVISI una piacevole nuova veste per la band californiana che però ancora deve mettere a fuoco qualche idea. Se Franzino avesse provato a smussare gli aspetti più sperimentali del suo album Somewhere in the Sierras e li avesse applicati in questo contesto, probabilmente sarebbe uscito un lavoro più strutturato e coeso ma, a parte questo piccolo appunto, d'ora in poi seguirò gli A Lot Like Birds con più attenzione.


venerdì 5 maggio 2017

Palm - Shadow Expert (2017)


Ascoltare una canzone dei Palm significa preparasi a lasciare alle spalle ciò che abbiamo imparato sulla razionalità del pop e dell'indie rock. Già nell'album d'esordio Trading Basics avevano dato prova delle propria eccentrica e singolare visione melodica, ma nel nuovo EP Shadow Expert, in uscita il 16 giugno, rincarano la dose con una padronanza esemplare della materia.

L'approccio alla scrittura del quartetto di Philadelphia è totalmente fuori dalla norma e schizofrenico. Il nuovo singolo Walkie Talkie è una delizia cubista, quasi a ricordare le dissonanze armoniche vicine alle elucubrazioni avant-garde dei Time of Orchids e 5uu's. Gli spasmi delle chitarre di Eve Alpert e Kasra Kurt si contrappongono come nell'art pop idiosincratico dei Dirty Projectors (periodo Bitte Orca) e degli Shudder to Think, mentre i controtempi che si interpolano tra il basso di Hugo Stanley e la batteria di Gerasimos Livitanos approcciano il folle math rock dei Tera Melos.

I loro pezzi sembrano costruiti su giustapposizioni di parti differenti di canzoni e persino ogni membro pare seguire un proprio ritmo dissociato dal resto della band, creando una sorta di "tetraritmia". Magari ce ne possiamo rendere conto guardandoli dal vivo nella session che i Palm hanno realizzato negli studi Audiotree lo scorso giugno dove, tra i cinque brani suonati, hanno anche anticipato Two Toes e Shadow Expert, tratti dell'imminente EP.


giovedì 4 maggio 2017

At the Drive-In - in•ter a•li•a (2017)


Non credo di essere stato l'unico scettico leggendo la notizia di un nuovo album degli At the Drive-In a distanza di diciassette anni da Relationship of Command, eppure, devo ammettere, non hanno deluso le aspettative, almeno le mie. Da veri professionisti, gli At the Drive-In hanno sfornato un lavoro ineccepibile che riparte esattamente da dove eravamo rimasti, logicamente con il carico e l'esperienza di qualche anno in più. Perché non c'è delusione? Forse perché in•ter a•li•a è un album da non perdere? No. Molto semplicemente, è un album che ti dà ciò che vuoi sentire da una band come gli At the Drive-In. Puro e semplice. Curioso che a riprendere il discorso dove era stato interrotto siano stati gli stessi due membri che all'epoca vollero troncare ogni rapporto con quel gruppo (ossia Rodriguez Lopez e Bixler-Zavala), mentre chi avrebbe voluto continuare è oggi assente (Jim Ward, il quale si è persino astenuto da ogni commento, negandosi ad un'intervista del New York Times con tutta la band).

Per recensire in•ter a•li•a ribadisco quanto scritto a dicembre in occasione dell'uscita del primo singolo Governed by Contagions: "Tutto sembra avvolto da una gran voglia di preservare quello che è stato: l'ermetismo sociale e urbano evocato dal titolo e dai testi di Bixler-Zavala, la chitarra stridente di Rodriguez-Lopez e quell'atteggiamento post punk sottolineato dalle ritmiche e dalla metrica irregolare del cantato. Insomma, gli At the Drive-In sono tornati indietro al primo lustro degli anni Zero e sarà un piacere ascoltare con curiosità il loro nuovo imminente album, pubblicato via Rise Records e prodotto da Omar Rodriguez-Lopez e Rich Costey. La cosa che fa più male però, e si sente, è l'assenza di Jim Ward, dalla quale forse non mi riprenderò del tutto: una cosa è non vederlo sul palco accanto agli altri, un'altra è non averlo in studio durante il processo di composizione, in fase di registrazione e nel ruolo di voce comprimaria."

E' proprio così: tornano i gloriosi testi in formato criptico di Bixler-Zavala, questa volta influenzati dall'opera di Philp K. Dick poiché "la sua visione è la più paranoica e la più vicina alla realtà odierna", torna persino l'artista Damon Loks che si era occupato dell'artwork di Relationship of Command, manca solo Ward (al suo posto alla chitarra c'è Keeley Davis che aveva militato negli Sparta). E dire che la voce un po' acciaccata dagli anni di Bixler-Zavala avrebbe tratto giovamento da qualche attimo di pausa. Tutto è comunque ben preservato, anche la rabbia sembra genuina: gli At the Drive-In non sono più dei ragazzini punk che si dimenano febbrilmente come dei tossici tarantolati, ma degli adulti consapevolmente incazzati, dato che il mondo di oggi gliene dà motivo.

A dirla tutta No Wolf Like the Present non apre il disco nel modo epico che ci si aspetterebbe: è un veloce punk memore delle cose più semplici che Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez hanno realizzato nella parentesi Antemasque. A partire da Continuum comincia a farsi largo quella visceralità trasmessa dal cantato da comizio di Bixler-Zavala insieme alle chitarre contorte e deraglianti che poi ritornano su Call Broken Arrow e Pendulum in Peasant Dress. Arrivati a Tilting at the Univendor l'album imbocca il giusto indirizzo in quello che è di sicuro il pezzo più riuscito, insieme a Torrentially Cutshow, nel ricreare quel surrogato di hardcore melodico che si piazzava al confine tra In-Casino-Out e Vaya EP. Avendo questi due pezzi come termine di paragone si percepisce una certa atmosfera da esercizio di stile in altri episodi come Incurably Innocent, Hostage Stamps e Holttzclaw. Esercizio portato a termine a pieni voti, ben inteso: solo Bixler-Zavala e Rodriguez-Lopez, dopo aver rivoluzionato il progressive rock da indomiti guastatori con i The Mars Volta, sanno ancora come riportare a galla la loro natura hardcore delle origini.

L'unico appunto, che forse apparirà chiaro ad alcuni o negato e nascosto dal subconscio ad altri, è che gli At the Drive-In hanno spogliano in•ter a•li•a delle sperimentazione più ardite di Relationship of Command e lo hanno rivestono come una versione aggiornata di In-Casino-Out, ma senza quella sua immane drammaticità emotiva. Ne viene fuori un post hardcore prodotto benissimo, di nuovo senza sovranincisioni che ne camufferebbero l'urgenza genuina punk, ma impacchettato in una veste più presentabile e accattivante, come se fosse diventato improvvisamente popolare anche al di fuori della scena alternativa.

mercoledì 3 maggio 2017

gP. - Destroy, So as to Build (2017)


Fin dall'esordio con l'EP Foundation, i Ghost Parade hanno destato in me un certo interesse per la loro energetica fusione tra post hardcore e alternative rock. Dall'uscita di quell'EP risalente al 2013 il gruppo è rimasto piuttosto inattivo dal punto di vista delle pubblicazioni, a parte un inedito realizzato nel 2014 (Drugs with strangers, on lovers), incluso in uno split single con gli Idlehands (che per la cronaca si sono sciolti dopo un solo album), il quale certificava una notevole crescita.

I Ghost Parade nascono a San Francisco nel 2012 per volontà dei due chitarristi Justin Bonifacio e George Woods ai quali si aggiungono Kenny Rodriguez (basso) e Anthony Garay (batteria). Dopo l'EP e il singolo succitati, i quattro continuano ad esibirsi in concerti nel circuito alternativo statunitense mentre contemporaneamente preparano altri brani inediti che andranno a finire in questo nuovo lavoro. Nel frattempo il tempo passa e i Ghost Parade si ribattezzano nel 2016 con le sole iniziali gP. e, negli ultimi mesi dello stesso anno, annunciano la pubblicazione di Destroy, So as to Build per i primi mesi del 2017. Presentato come un secondo EP, anche se la durata di 35 minuti lo può accostare tranquillamente alla definizione di mini album, Destroy, So as to Build è stato pubblicato digitalmente il 28 aprile.

La produzione molto curata, attenta a dare risalto ad ogni aspetto e pronta a sottolineare i contorni di ogni deviazione tematica, polifonica o ritmica, fa delle canzoni di Destroy, So as to Build qualcosa di più che semplici inni alternative rock. Continua, come era accaduto su Foundation, quella sensazione di sintesi tra il prog dei The Dear Hunter e il post hardcore dei The Receiving End of Sirens anche se in versione più accessibile, ma questa volta, come era lecito aspettarsi, i gP. sono cresciuti: a questo punto sanno come gestire le dinamiche, essendo coinvolgenti sia nei momenti quiet che in quelli loud, si destreggiano in abbellimenti ritmici, talvolta frenetici altre volte sincopati al fine di creare tensione continua e crescendo infuocati. Non c'è un brano che risalti su un altro o un calo di pathos, ogni traccia di Destroy, So as to Build ha da offrire qualcosa e il livello di scrittura rimane pressoché invariato, nel senso che se uno qualsiasi di questi pezzi farà presa su di voi, allora vi piacerà tutto l'album.



Link su soundcloud per chi non avesse Spotify

martedì 2 maggio 2017

Altprogcore May discoveries


L'album Vetur del quintetto islandese VAR è praticamente una raccolta che contiene i primi due EP della band rimasterizzati con l'aggiunta di quattro brani inediti. Una compilation pensata inizialmente per il solo mercato giapponese (dove è stata pubblicata nel 2016) e che ora i VAR rendono disponibile in versione digitale per tutti. Vetur può essere così considerato come il primo full length del gruppo che, neanche tanto per coincidenze geografiche, possiede un sound malinconico e delicato simile a quello dei Sigur Ros. L'evocativo post rock dei VAR si lascia comunque scoprire lentamente, forse con caratteristiche più terrene e meno eteree, ma pur sempre indirizzato a creare paesaggi sonori crepuscolari.



I Lambhorn sono invece un quartetto strumentale di "surf prog" (definizione loro) con all'attivo solo un EP risalente al 2014. Chris Lambourne, Nathan Long (chitarre), Oliver Cocup (batteria) e Ben Holyoake (basso) hanno appena pubblicato il lungo brano Cascade che mi ha immediatamente colpito. Le multipartizioni dei vari cambi che avvengono nei suoi dieci minuti hanno il sapore post progressivo e psichedelico di illustri ispiratori come Pink Floyd, Dredg e Ozric Tentacles.


Per quanto riguarda i bostoniani Bat House erano già entrato nel mio radar lo scorso anno grazie ad un EP che ora, insieme ad altre canzoni, viene qui incluso e pubblicato nell'omonimo esordio del gruppo. Bat House è un trip di garage math rock psichedelico sotto al quale sono sepolte pop songs insolite, guastate da pause e accelerazioni, sequenze electro-noise ed un velo lo-fi che pervade tutto l'album.


I Conxux sono un trio di Los Angeles nato da qualche anno, ma che finora ha reso noti soltanto i due brani qui presenti. Con un'impostazione triangolare che ricorda i GoGo Penguin, i tre suonano un nu jazz ancora più tecnico che si avvale del piano di Dani Ahndreç, delle ritmiche matematiche di David Daniel Diaz (batteria) e Khris Kempis (basso).



I FES sono tre ragazzi inglesi che suonano math pop nella stessa vena di Signals. e Orchards. Capitanati dalla cantante Polly Holland-Wing, il gruppo ha preso vita da più o meno un anno, ma ha già realizzato il presente EP di quattro tracce You Do You.